Ci sono ragazzi che inseguono un sogno. E poi ci sono ragazzi che, inseguendo un sogno, finiscono per inseguire sé stessi, come Romeo, il protagonista del film Frammenti, al cinema dall’11 giugno. Viene da un mondo duro, sporco, privo di colori. Un mondo che il film racconta attraverso il bianco e nero di una periferia romana dove il futuro sembra qualcosa che riguarda sempre qualcun altro. Poi arriva la danza. Arriva la possibilità di immaginarsi diverso. Arrivano i colori, le luci, il viaggio, la competizione, il desiderio di diventare qualcuno. Ma soprattutto arriva una domanda che riguarda tutti, ben oltre il palcoscenico: che cosa succede quando la persona che siamo non coincide ancora con quella che vorremmo essere? In fondo Frammenti parla di questo. Della distanza tra identità e desiderio. Tra ciò che il mondo si aspetta da noi e ciò che sentiamo di essere. Delle maschere che indossiamo per proteggerci e del coraggio necessario per toglierle. È forse per questo che il volto di Romeo trova in Riccardo De Rinaldis un interprete particolarmente credibile. Classe 2000, protagonista negli ultimi anni di produzioni importanti come Mameli – Il ragazzo che sognò l’Italia, Vivere non è un gioco da ragazzi e Luce dei tuoi occhi, Riccardo De Rinaldis appartiene a quella generazione cresciuta sotto lo sguardo costante degli altri. Una generazione che ha imparato presto a convivere con il confronto, con il giudizio e con l’idea di dover continuamente dimostrare qualcosa. Eppure, durante quest’intervista esclusiva per Virgilio Notizie, emerge soprattutto altro. Emerge un ragazzo che parla spesso di paura ma ancora più spesso di libertà. Che racconta l’insicurezza senza trasformarla in una posa. Che ammette di aver inseguito per anni la perfezione per poi scoprire che la vera conquista è imparare a stare bene. Che riflette sulla necessità di piacere agli altri e sulla fatica di concedersi il diritto di essere semplicemente sé stessi. L’impressione è che il viaggio di Romeo e quello di Riccardo De Rinaldis si incontrino proprio lì, nel punto in cui il talento smette di essere una dimostrazione e diventa una forma di verità. Ne nasce una conversazione che parte dal cinema e dalla costruzione di un personaggio, ma finisce inevitabilmente per parlare di identità, amore, fallimento, desiderio, paura e crescita. Perché a volte i film più sinceri non raccontano soltanto una storia. Raccontano il momento preciso in cui una persona smette di rincorrere un’immagine di sé e comincia, finalmente, ad abitarsi.