Ci sono attori che arrivano al pubblico attraverso i personaggi. E poi ce ne sono altri che, anche quando interpretano qualcuno di completamente diverso da sé, lasciano intravedere una crepa, una fragilità, una domanda irrisolta che appartiene profondamente alla loro persona. Come nel caso di Alessandro Orrei. Il grande pubblico lo ha conosciuto soprattutto attraverso Mimmo di Mare fuori, il ragazzo sospeso tra sopravvivenza, paura e bisogno d’amore che, stagione dopo stagione, è diventato uno dei personaggi più complessi e dolorosamente umani della serie. Ma parlare di Alessandro Orrei soltanto attraverso Mare fuori sarebbe riduttivo. Perché la sensazione, incontrandolo per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, è che il personaggio sia stato solo un passaggio, forse persino un pretesto, dentro un percorso molto più profondo. Cresciuto lontano dalle scorciatoie e arrivato alla recitazione quasi per necessità interiore prima ancora che professionale, Alessandro Orrei ha costruito il suo percorso con una fame silenziosa. Non quella della celebrità, ma quella della ricerca. Prima dietro le quinte, poi davanti alla macchina da presa, passando per piccoli ruoli, rifiuti, attese e studio costante. E forse è proprio questo che colpisce di lui: il fatto che sembri vivere l’arte non come un mestiere da esibire, ma come uno strumento per interrogarsi sul mondo e su sé stesso. Durante questa conversazione, infatti, si ha spesso l’impressione che Alessandro Orrei non risponda mai davvero “di pancia”. Ogni risposta sembra attraversata da un pensiero precedente, da una riflessione sedimentata nel tempo. È come se dentro di lui convivessero continuamente due persone: l’attore e l’osservatore. Quello che vive e quello che, contemporaneamente, analizza ciò che sta vivendo. E allora il discorso smette quasi subito di essere soltanto un’intervista sul cinema, sul teatro o sulla popolarità. Diventa qualcosa di più intimo. Più umano. Si parla di identità. Del peso delle etichette. Della paura di diventare la versione di sé che gli altri vogliono vedere. Del bisogno quasi fisico di restare fedeli a ciò che si è, anche quando questo significa perdere occasioni, rallentare, entrare in conflitto con un sistema che preferisce le persone facili da catalogare. Ma soprattutto si parla di una generazione che sente troppo e che, proprio per questo, spesso viene accusata di essere fragile. Alessandro Orrei, invece, quella fragilità non prova a nasconderla. La attraversa. La usa. La trasforma in linguaggio artistico, anche attraverso la nuova realtà creativa di Sigarro Pictures, di cui è uno dei fondatori. E forse è proprio qui che nasce la parte più interessante della sua ricerca: nella convinzione che l’arte non debba necessariamente salvare il mondo, ma possa almeno rendere gli esseri umani più sensibili, più capaci di riconoscersi gli uni negli altri. C’è qualcosa di profondamente contemporaneo nel suo modo di guardare il lavoro artistico. E allo stesso tempo qualcosa di antico. Quasi teatrale nel senso più puro del termine: il bisogno di creare connessioni emotive autentiche, di generare empatia, di lasciare nello spettatore una domanda invece di una risposta comoda. In un’epoca in cui molti costruiscono personaggi, Alessandro Orrei sembra invece impegnato nel tentativo opposto: togliere maschere. Ed è probabilmente per questo che, parlando con lui, si ha continuamente la sensazione che il tema centrale non sia mai davvero il successo. Il tema centrale è diventare se stessi. Anche quando fa paura. Anche quando costa. Anche quando nessuno sembra pronto a vedere chi sei diventato davvero.
Alessandro Orrei, l’intervista all’attore e sceneggiatore: “La libertà di voler essere chi voglio io”
Da Mare Fuori a Sigarro Pictures, Alessandro Orrei racconta il peso delle etichette, il bisogno di autenticità e la ricerca di un’arte libera






