Ci sono attori che, quando parlano, sembrano voler aggiungere dettagli a se stessi. Costruiscono una narrazione, consolidano un’immagine, affinano un personaggio pubblico. Lorenzo Richelmy fa il contrario. Mentre conversa, sottrae. Toglie. Smonta. Riduce. È una sensazione curiosa, soprattutto se si pensa alla traiettoria della sua vita. Nato a La Spezia, cresciuto a Roma, attore fin da bambino, il più giovane allievo mai ammesso al Centro Sperimentale di Cinematografia, poi l’improvvisa esposizione internazionale di Marco Polo, il successo arrivato presto, i set in giro per il mondo, l’America, l’Inghilterra, il ritorno in Italia. Una biografia che potrebbe facilmente prestarsi al racconto della conquista. Eppure, parlando con Lorenzo Richelmy per quest’intervista esclusiva a Virgilio Notizie, si ha l’impressione di trovarsi davanti a qualcuno che diffida profondamente di ogni forma di traguardo. Più la conversazione procede, più emerge un uomo impegnato in una ricerca che ha poco a che fare con la carriera e molto con il significato. Non il significato del mestiere, ma quello dell’esistenza. Lorenzo Richelmy parla di caos, di morte, di amore, di ego, di solitudine, di fama e di verità con la stessa naturalezza con cui altri parlerebbero di cinema. E forse è proprio questo l’aspetto più sorprendente: il cinema resta sullo sfondo. I personaggi, i film, i festival diventano strumenti per interrogare qualcosa di più grande. La sensazione è che, negli anni, abbia sviluppato una diffidenza quasi istintiva verso tutto ciò che promette una definizione definitiva. Non ama le etichette. Non ama nemmeno quella di artista, perché la considera troppo impegnativa, quasi sacrale. Diffida della fama, che definisce una chimera. Diffida delle certezze, delle ideologie, delle appartenenze troppo rigide. Persino l’identità, che da giovani si cerca con ostinazione, oggi gli appare come qualcosa da alleggerire piuttosto che da rafforzare. In fondo, il cuore di questa conversazione sta proprio qui: nella tensione continua tra il desiderio di dare una forma al mondo e la consapevolezza che il mondo, forse, una forma definitiva non ce l’ha. Lorenzo Richelmy racconta di essere cresciuto combattendo contro il caos. Poi, con il tempo, ha smesso di considerarlo un nemico. Ha iniziato a guardarlo come una condizione naturale dell’esistenza. Forse persino come una risorsa. E il mestiere dell’attore, nelle sue parole, assume allora un significato diverso da quello che siamo abituati a immaginare: non un esercizio di trasformismo, ma il tentativo di prendere quel caos e renderlo temporaneamente leggibile. Costruire una maschera per comprendere qualcosa di sé. O degli altri. Ci sono momenti, durante l’intervista, in cui sembra quasi di allontanarsi dalla figura pubblica e di avvicinarsi a un viandante. È l’immagine che lui stesso sceglie per raccontarsi: un uomo che attraversa un fiume o sale una montagna, raccogliendo lungo il cammino persone, affetti, legami. Non un conquistatore. Non un eroe. Qualcuno che procede e che, invece di alleggerirsi, cerca continuamente di portare con sé ciò che ama. Forse è per questo che le risposte più intense non arrivano quando si parla di recitazione. Arrivano quando si parla della morte, che per lui non è una minaccia ma una forma estrema di solitudine condivisa. Oppure dell’amore, che considera la prova più concreta del fatto che valga la pena attraversare il mondo. O ancora quando ammette che la grande bugia della sua vita è stata credere, per molto tempo, che le proprie azioni non avessero alcun peso. Alla fine dell’incontro resta la sensazione di aver parlato con qualcuno che continua a porsi le stesse domande che si poneva da ragazzo, ma che ha imparato a convivere con l’idea che forse non esistano risposte definitive. E che la maturità non consista nel trovare una verità, bensì nel diventare abbastanza liberi da abitare il dubbio. Forse è proprio questo il viaggio che Lorenzo Richelmy sta compiendo da anni. Non quello che lo ha portato da Roma a New York, dall’Italia ai set internazionali. Quello che lo conduce, lentamente, verso una casa che non coincide con un luogo, ma con uno stato dell’anima.
Lorenzo Richelmy, l’intervista all’attore: “Il mondo è caos e ho imparato a non considerarlo un nemico”
Un dialogo intimo con Lorenzo Richelmy sull'esistenza, tra maschere, fragilità, spiritualità e il bisogno di trovare una casa dentro di sé







