Ci sono persone che parlano di sé come se stessero raccontando qualcun altro. Non per distanza emotiva, né per mancanza di consapevolezza, ma perché hanno imparato a osservarsi mentre cambiano. Alessio Fiorenza è una di queste persone. Durante questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie capita spesso di avere la sensazione che ogni risposta di Alessio Fiorenza nasca prima da un’osservazione interiore e solo dopo diventi parola. Non c’è mai fretta, non c’è il desiderio di impressionare, di costruire una frase perfetta o di trasformarsi nel simbolo di qualcosa. Anzi, ciò che colpisce di più è proprio la delicatezza con cui prova a sottrarsi alle definizioni troppo semplici. Alessio Fiorenza parla di sé come di qualcuno che è ancora in trasformazione. E forse è questa la chiave più potente dell’incontro: la consapevolezza che l’identità non sia mai un punto fermo, ma un movimento continuo. Un processo. Qualcosa che non smette mai davvero di ridefinirsi. Nelle sue parole tornano spesso concetti come distanza, ascolto, bellezza, curiosità. Ma non vengono mai pronunciati in modo astratto. Tutto sembra passare attraverso il corpo, le esperienze vissute, i silenzi, i rapporti umani. Anche quando racconta aspetti profondamente personali, non c’è mai spettacolarizzazione del dolore. E questa, oggi, è quasi una forma di resistenza. Alessio Fiorenza non costruisce il proprio racconto attorno alla sofferenza identitaria. Anzi, dice una frase molto precisa: “Per me non c’era nulla da accettare”. Ed è forse una delle riflessioni più spiazzanti e importanti emerse durante questa intervista. Perché sposta completamente il punto di vista. Il conflitto, nel suo racconto, non nasce mai davvero da se stesso, ma dallo sguardo esterno, dalla burocrazia, dalle categorie, dalla necessità continua di spiegarsi agli altri. Eppure, non c’è rabbia nelle sue parole. C’è lucidità. A tratti persino una forma di tenerezza disillusa verso il mondo. Quando parla della curiosità morbosa con cui spesso vengono trattate le identità queer, non cerca mai lo scontro. Cerca piuttosto di distinguere tra chi vuole davvero comprendere e chi invece si limita a consumare storie altrui come fossero titoli da cliccare. Quello che emerge è il ritratto di un ragazzo estremamente introspettivo, quasi filosofico nel modo in cui osserva la vita. Uno di quei giovani uomini che sembrano vivere continuamente in dialogo con se stessi. E forse non è un caso che parli della recitazione come del luogo in cui tutte le arti e tutte le sue domande si siano finalmente incontrate. Perché, ascoltandolo, si capisce che il suo interesse non è mai stato soltanto artistico. È umano. Psicologico. Esistenziale. Alessio Fiorenza sembra affascinato dalle persone più che dai personaggi. Dalle contraddizioni, dalle sfumature, da tutto ciò che non può essere spiegato rapidamente. Anche il suo rapporto con la bellezza segue questa direzione: non qualcosa di statico, ma una continua trasformazione. Un modo di guardarsi senza mai considerarsi definitivo. Ed è forse proprio questo che rende la sua presenza così particolare. In un tempo in cui tutti sembrano costretti ad avere opinioni immediate, identità chiarissime e sogni perfettamente definiti, Alessio Fiorenza rivendica invece il diritto al dubbio, alla complessità, all’incompletezza. Non cerca di apparire risolto. E probabilmente è proprio questa la sua forma più autentica di verità.
Alessio Fiorenza, l’intervista all’attore di In Utero: “Il luogo in cui tutte le mie domande si incontrano”
Dalla serie HBO all’identità, passando per arte, corpo e consapevolezza: il racconto intimo di Alessio Fiorenza, un giovane attore in divenire







