C’è un momento, nelle conversazioni più autentiche, in cui l’intervista smette di essere un semplice scambio di domande e risposte. Succede quando l’attore smette di raccontare soltanto il personaggio e, quasi senza accorgersene, comincia a raccontare se stesso. È quello che accade parlando con Nicolò Galasso. In Lapponia, I Love Iù, il film in onda su Rai 1 la sera del 17 maggio, Nicolò Galasso interpreta Antonio, un ragazzo che vive di impulsi, di slanci improvvisi, di fragilità mascherate da leggerezza. Un ragazzo che parte senza sapere davvero dove stia andando, convinto di affrontare un viaggio breve e ritrovandosi invece davanti a qualcosa di molto più grande: il silenzio, la distanza, la natura, il tempo. Ma soprattutto se stesso. E forse è proprio qui che il film trova il suo centro emotivo. Perché dietro la commedia, dietro gli scontri culturali, le dinamiche tra amici e l’ironia che attraversa il racconto, emerge lentamente una riflessione molto più profonda: quella sul vuoto che ciascuno cerca di riempire, sul bisogno di appartenenza, sulla paura di restare fermi mentre tutto intorno cambia. Parlando con Nicolò Galasso per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie si ha spesso la sensazione che quel viaggio in Lapponia non sia stato soltanto un’esperienza cinematografica, ma anche un attraversamento personale. Nei suoi ragionamenti ritorna continuamente il tema della ricerca: ricerca di un’identità, di un equilibrio, di una forma di verità che non abbia necessariamente bisogno di essere gridata. C’è qualcosa di estremamente contemporaneo nel suo modo di raccontarsi: la consapevolezza di appartenere a una generazione costretta a mostrarsi sempre, continuamente esposta, ma allo stesso tempo profondamente affamata di autenticità. E allora il successo, la notorietà, i follower, sembrano quasi restare sullo sfondo. Perché Nicolò Galasso parla soprattutto di connessioni umane, di empatia, di inquietudini, di sogni che resistono nel tempo. Parla della recitazione non come di un rifugio, ma come di uno spazio sospeso in cui, per qualche istante, si può smettere di sentire il peso di se stessi. E forse è proprio questo che colpisce di più: la lucidità con cui riesce ad abitare le sue fragilità senza trasformarle in una posa. C’è un’immagine che ritorna spesso nei suoi ricordi: un bambino davanti a una televisione, circondato da videocassette, che guarda gli stessi film in continuazione e sogna di entrarci dentro. In fondo, tutto sembra essere rimasto lì. Nella meraviglia ostinata di chi continua a inseguire qualcosa senza sapere fino in fondo dove lo porterà. Forse è per questo che questa conversazione non parla soltanto di cinema. Parla di identità, di paura, di ambizione, di solitudine. E di quella strana necessità che hanno alcuni esseri umani di mettersi continuamente in discussione pur di sentirsi vivi. Sul fondo, resta la Lapponia: immensa, silenziosa, quasi irreale. Un luogo lontanissimo da Napoli eppure capace, paradossalmente, di avvicinare tutti alla parte più nuda di se stessi.