C’è qualcosa di profondamente disarmante e affascinante nel modo in cui Gennaro Lucci racconta se stesso. Perché mentre parla di recitazione, di teatro, di sogni e di paura del futuro, non costruisce mai una narrazione eroica. Non prova a sembrare migliore, più colto o più “risolto” di quello che è. Anzi, lascia continuamente emergere le sue fragilità, le sue inquietudini, quella sensazione di precarietà emotiva che accompagna molti ragazzi cresciuti in certi quartieri, dove spesso il problema non è soltanto trovare una strada, ma riuscire perfino a immaginare di averne una. Forse è proprio per questo che Enzo, il personaggio che Gennaro Lucci interpreta in Lapponia, I Love Iù, il film in onda su Rai 1 la sera del 17 maggio, sembra appartenergli così profondamente. Non perché gli somigli in maniera letterale, ma perché dentro Enzo si avverte la stessa fame di vita, lo stesso bisogno quasi disperato di riempire il silenzio, di sentirsi continuamente acceso, presente, vivo. Enzo è uno di quei ragazzi che parlano sempre, scherzano sempre, fanno casino, interrompono i momenti seri con una battuta o con un gesto impulsivo. Ma spesso, psicologicamente, le persone che hanno più paura del silenzio sono proprio quelle che rischiano di sentire troppo quando restano sole con se stesse. E allora il film sembra trasformarsi lentamente anche in qualcosa di molto più intimo di una semplice commedia on the road. Diventa quasi uno spazio mentale. Da una parte Napoli: il rumore, gli amici, il caos, il movimento continuo, la necessità di sopravvivere dentro dinamiche che non ti lasciano mai fermo. Dall’altra la Lapponia: il silenzio assoluto, la luce costante, la natura sconfinata, il vuoto. Due estremi che finiscono per assomigliarsi a un conflitto interiore. Perché quando togli a una persona tutte le distrazioni abituali, resta inevitabilmente faccia a faccia con sé stessa. Ed è qui che il personaggio di Enzo diventa sorprendentemente umano. Dietro la sua energia quasi incontenibile si intravede continuamente una fragilità trattenuta. Come se il suo modo di stare al mondo fosse anche una forma di autodifesa emotiva. Lui invade gli spazi, rompe i silenzi, cerca continuamente il contatto umano, la musica, le ragazze, il gioco, il rumore. Ma più va avanti il racconto, più sembra emergere il sospetto che tutta quella vitalità serva anche a non sentire certi vuoti interiori. La cosa interessante è che questa tensione appartiene molto anche al percorso personale di Gennaro Lucci, quello che lui stesso con profonda leggerezza ripercorre in quest’intervista esclusiva per Virgilio Notizie. Cresciuto a San Giovanni a Teduccio, arrivato al teatro quasi per caso, senza sapere nemmeno davvero cosa fosse quel mondo, racconta spesso di come la recitazione gli abbia dato per la prima volta il diritto di immaginarsi altrove. Non semplicemente un lavoro, ma una possibilità di esistenza diversa. E nelle sue parole torna continuamente un concetto: la paura di vivere una vita che non si sente propria. La paura di spegnersi lentamente dentro qualcosa scelto soltanto per necessità. Forse è anche per questo che nei suoi personaggi sembra esserci sempre una ricerca molto fisica di umanità. Gennaro Lucci osserva le persone, studia i dettagli, il linguaggio del corpo, le esitazioni, le fragilità nascoste dietro i comportamenti più rumorosi. E in Enzo tutto questo si sente. Perché il rischio di trasformarlo in una semplice macchietta napoletana sarebbe stato facilissimo. Invece riesce a renderlo vivo, imprevedibile, persino tenero nei suoi eccessi. Un ragazzo che arriva in Finlandia convinto di poter dominare tutto con l’istinto e che invece, poco alla volta, scopre di non sapere davvero chi sia lontano dal proprio mondo. Ed è forse questa la parte più bella e malinconica del personaggio: capire che dietro il caos, dietro la comicità e dietro quella continua voglia di occupare spazio, Enzo sta semplicemente cercando un modo per sentirsi meno solo.