Avremmo voluto sentirlo raccontare di quando interpretava Jake Blues sul palco dell’Arena Puccini di Bologna nell’estate del 1993 assieme, tra gli altri, ad Antonio Albanese. O quando portava il vassoio di pastarelle (vere!) col cordino giallo come nastro nello studio di Dido… menica su Italia 1 nell’autunno 1992 assieme a Zuzzurro e Gaspare.
Enzo Iacchetti, 71 anni da Maccogno, pardon Luino, è la favola buffa e proletaria della comicità italiana sul finire del secolo scorso. Così come 25 minuti di felicità (Bompiani) è il suo manifesto compendio biografico che sta lì nelle librerie come a dire “io ho vissuto”. Dato che il far ridere è spesso ritenuto sinonimo di vuota leggerezza, Iacchetti riempie la sua arte “malinconica per costituzione” della risata di una etica ribelle e di una sussurrata ironica solitudine esistenziale (“mi avvio a diventare un classico”). Con quella sua chitarrina sudata lavorando una settimana fitta in una ghiacciaia, con quel suo amato quadernetto (lanciato per rabbia e recuperato da un’autrice del Maurizio Costanzo Show) dove ha raccolto poesie bonsai scritte e recitate mentre faceva il cameriere sul confine svizzero, Iacchetti è uno spellacchiato Wilie E. Coyote che un giorno cattura il Beep Beep ma si accorge che in fondo non andava poi così veloce.






