Per raccontare Cyro Rossi bisogna forse partire da un equivoco. Quello che spesso accompagna gli attori quando vengono osservati da lontano: l’idea che il loro mestiere consista nel mostrarsi. Ascoltandolo, invece, si ha la sensazione opposta. Che il suo lavoro, prima ancora che interpretare qualcuno, sia imparare a sottrarsi. Fare un passo indietro. Lasciare spazio. Diventare tramite. È una parola che ritorna spesso, anche quando non la pronuncia. Tramite. Tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Tra l’infanzia e l’età adulta. Tra la fragilità e la disciplina. Tra il caos e la forma. Forse è anche per questo che il suo incontro con Il grande Boccia appare meno casuale di quanto possa sembrare. Il film di Karen Di Porto racconta la storia vera di Tanio Boccia, regista considerato da molti il ‘peggior regista del cinema italiano’, figura marginale eppure ostinatamente vitale nell’Italia del cinema popolare degli anni Sessanta. È il racconto di uomini che continuano a credere nei propri sogni quando tutto sembra suggerire il contrario. Di persone che lavorano ai margini della gloria, ma non della passione. Un inno all’arte di arrangiarsi, alla resistenza dei visionari e alla dignità dei perdenti che non smettono di tentare. In questo universo Cyro Rossi interpreta Fusco, produttore elegante e ambizioso, uomo di idee e di intuizioni, attratto da quella stessa energia che muove Boccia. Ma, ascoltando le sue parole, viene il dubbio che il vero protagonista del suo racconto non sia Fusco, né Boccia. Sia piuttosto quella fame. Quella tensione interiore che spinge alcuni individui a costruire qualcosa anche quando non esistono garanzie di riuscita. Cyro Rossi appartiene a una generazione che ha conosciuto il successo come parola inflazionata e spesso svuotata. Eppure il suo modo di raccontarsi sembra provenire da un’altra grammatica emotiva. Una grammatica fatta di apprendistato, di compagnie teatrali, di maestri osservati in silenzio, di ragazzi ai quali insegnare, di errori accettati, di relazioni coltivate. Più che all’idea della conquista, assomiglia a quella della cura. C’è un aspetto che colpisce particolarmente nel suo percorso. La naturalezza con cui parla delle proprie fragilità. Non per esibirle, ma per riconoscerle. Come se avesse compreso qualcosa che spesso sfugge in un ambiente dominato dall’immagine: che la sensibilità non è il contrario della forza. È una sua forma più complessa. Dietro l’attore, il regista e l’insegnante emerge allora il ritratto di un uomo che ha scelto di non cancellare il bambino che era. Di conservarne la curiosità, lo stupore, perfino il gioco. Non come fuga dalla realtà, ma come modo per attraversarla. Perché, come accade ai bambini quando giocano, anche gli artisti più autentici sembrano conoscere una verità semplice e radicale: si può prendere qualcosa tremendamente sul serio senza perdere la leggerezza. Ed è forse qui che si nasconde il nucleo più profondo di questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie a Cyro Rossi. Nel film che racconta i sogni impossibili di un outsider del cinema italiano, incontriamo un attore che parla di libertà, di identità, di relazioni, di fallimento e di coraggio. Un uomo che ha imparato che non tutti comprenderanno il suo percorso e che il vero successo non coincide necessariamente con l’essere visti, ma con il riuscire a riconoscersi. Come davanti a uno specchio. E forse ogni intervista, in fondo, è proprio questo: il tentativo di osservare il riflesso di qualcuno per capire quale storia continua a muoversi dietro l’immagine. Oggi quella storia porta il nome di Cyro Rossi.
Cyro Rossi, l’intervista all’attore: “Il vero successo è riuscire a riconoscersi allo specchio”
Dal set de ‘Il grande Boccia’ alla vita vissuta come un gioco serio: Cyro Rossi si racconta tra fragilità, arte e libertà






