Ci sono artisti che, dopo decenni di carriera, finiscono per somigliare al personaggio che il pubblico ha costruito attorno a loro. E poi ce ne sono altri che, con il tempo, diventano esattamente il contrario: più si allontanano dalla superficie dello spettacolo, più rivelano la loro parte umana. Come è accaduto a Marcello Cirillo. Per anni il pubblico lo ha conosciuto attraverso la televisione, la musica, i programmi popolari entrati nella quotidianità delle famiglie italiane. Ma parlare oggi con Marcello Cirillo significa trovarsi davanti a qualcosa di molto diverso dall’immagine rassicurante costruita dallo schermo. Significa incontrare un uomo che riflette continuamente sul senso del tempo, della nostalgia, del successo, della perdita e persino della paura di diventare, un giorno, la caricatura di se stesso. Lo spettacolo Tu vuo’ fa’ l’americano, in scena al Teatro Olimpico di Roma il 20 maggio, diventa allora quasi un pretesto narrativo. Certo, al centro ci sono gli emigranti italiani, le valigie di cartone, l’America immaginata come terra della salvezza, il dolore di chi partiva lasciando dietro di sé famiglia, lingua e identità. Ma, ascoltandolo parlare, si capisce molto presto che quel viaggio non riguarda soltanto i nostri nonni. Riguarda lui stesso. E forse riguarda tutti. Dentro quest’intervista esclusiva per Virgilio Notizie a Marcello Cirillo c’è il bambino calabrese costretto a lasciare il proprio paese quando aveva pochi mesi di vita; c’è il figlio che perde troppo presto il padre e si ritrova improvvisamente uomo; c’è il musicista che scopre nella musica non un mestiere, ma un rifugio emotivo; c’è l’artista che ha conosciuto la popolarità, il giudizio, la saturazione televisiva e il bisogno quasi fisico di reinventarsi per non smettere di sentirsi vivo. La sensazione, durante questa conversazione, è che Marcello Cirillo utilizzi continuamente la musica per parlare di altro. Della fragilità, per esempio. Del bisogno di essere riconosciuti. Del vuoto interiore che, secondo lui, ogni artista si porta dentro per tutta la vita. E forse è proprio questa la chiave più sorprendente dell’intervista: dietro i ricordi della carriera, dietro gli aneddoti su Sanremo, sulla televisione o sui grandi incontri professionali, emerge soprattutto un uomo che continua ostinatamente a interrogarsi su se stesso. Non c’è retorica nelle sue parole. Nemmeno quando parla dei genitori scomparsi, della malinconia, dei sacrifici fatti per il lavoro o della paura che il successo possa trasformarsi in dipendenza. C’è piuttosto una lucidità rara, quasi disarmante. La consapevolezza che il pubblico possa amare un personaggio senza conoscere davvero la persona. E forse anche il desiderio, arrivato a questo punto della vita, di lasciare qualcosa che vada oltre l’intrattenimento. Per questo Tu vuo’ fa’ l’americano finisce per assumere un significato molto più profondo di quello che potrebbe sembrare inizialmente. Non è soltanto uno spettacolo sull’emigrazione italiana. È una riflessione sull’identità. Su ciò che perdiamo attraversando i nostri “oceani personali” e su ciò che, invece, riusciamo a salvare. È il racconto di chi continua a cercare casa anche dopo aver attraversato mille palcoscenici. E forse la parte più intensa di questa lunga conversazione sta proprio lì: nel momento in cui Marcello Cirillo smette di parlare dell’artista e lascia emergere l’uomo. Un uomo che ancora oggi si emoziona davanti a una canzone, che accompagna i nipoti a scuola per recuperare il tempo perduto con i figli, che considera il successo un incidente di percorso e che continua a credere che l’unica vera differenza tra l’essere umano e qualsiasi artificio sia una soltanto: l’emozione.