“Mi sembra di essere sempre alla ricerca di sensazioni che ho provato in passato e che non riesco più a replicare”: così Alessandro Borghi racconta a Vanity Fair di come la soddisfazione lavorativa sia per lui sempre più difficile da raggiungere nonostante sia protagonista di film importanti, come Il Prigioniero, di Alejandro Amenábar, premio Oscar per Mare Dentro.
Borghi spiega: “Forse perché pretendo molto da questo mestiere. Succede perché ci sono aspetti della gestione di un set che oggi tollero meno: la confusione, le urla e la mancanza di rispetto. Sono felice, ma meno di qualche anno fa. In questi anni ci sono state cose che non hanno funzionato. Quando un film va a Cannes e poi esce in tredici copie, mi arrabbio. Mi arrabbio perché non riusciamo a risolvere il problema e a capire quale ingranaggio andrebbe sistemato. Le storie? Il pubblico? La distribuzione? Mi dispiace non avere una soluzione da proporre. So solo che vedo sempre meno persone felici che vanno al cinema. E questo mi rattrista”.
Ha una consapevolezza, Borghi, perché oggi non crede più “che il lavoro nobiliti l’uomo, piuttosto che l’uomo venga nobilitato dall’amore” e infatti ama cose molto semplici: “fare una passeggiata con mio figlio. Stare con Irene, sapere che due volte all’anno riesco a riunirmi con gli amici e a divertirmi ballando fino alle cinque del mattino”. Su tutto, l’esperienza della paternità: “Ho la fortuna di avere un figlio che ha completamente cambiato la mia vita», racconta, «posso avere problemi durante la giornata, ma quando torno a casa tutto svanisce: lui riesce a trasformare le negatività in energia positiva“.










