Ci sono attori che interpretano personaggi. E poi ce ne sono altri che sembrano attraversarli, lasciando che ogni storia depositi qualcosa dentro di loro. Incontrare Alessio Vassallo dà proprio questa sensazione: quella di un uomo che, dopo oltre vent’anni di carriera, non ha costruito corazze, ma ha scelto di conservare le crepe. Perché è da lì che continua a osservare il mondo. E, probabilmente, anche a recitare. Lo abbiamo incontrato al Lamezia International Film Festival, dove, nell’ambito della sezione Cose Serie, è stato celebrato il valore de L’altro ispettore, una delle serie più sorprendenti e necessarie degli ultimi anni. Un riconoscimento che va oltre il successo televisivo e premia un’opera capace di riportare al centro il lavoro, la dignità delle persone e quel racconto civile che troppo spesso sembra destinato a rimanere ai margini. Ma, ascoltandolo parlare per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, si comprende presto che il premio riguarda anche lui. Non soltanto l’attore, ma l’uomo. Alessio Vassallo non è uno di quegli interpreti che si rifugiano nelle formule o nelle risposte confezionate. Riflette, pesa le parole, torna sui concetti, accetta persino le contraddizioni. Ha la serenità di chi non sente il bisogno di apparire infallibile e la rara eleganza di riconoscere che un’esistenza non si misura con i traguardi raggiunti, ma con i luoghi interiori attraversati. È forse questo il segreto della sua credibilità: prima ancora di prestare il volto ai suoi personaggi, presta loro le proprie domande. Parlare con Alessio Vassallo significa entrare in un territorio dove il successo è quasi un incidente di percorso, mai un obiettivo. Dove il mestiere dell’attore viene raccontato come un lavoro artigianale, costruito con studio, disciplina, letture, dubbi e una curiosità che non si è mai esaurita. È difficile trovare, oggi, un interprete che rivendichi con tanta naturalezza il valore della preparazione culturale, della lingua italiana, della letteratura come palestra quotidiana dell’anima prima ancora che della professione. Eppure, sotto questa apparente compostezza, vive un’inquietudine che lui stesso non prova a nascondere. Anzi, la riconosce come una compagna di viaggio inevitabile. Un caos interiore che non cerca di risolvere, perché sa che proprio da quelle fratture nascono i personaggi più autentici. È una consapevolezza rara, quasi disarmante: l’idea che la maturità non coincida con l’aver trovato tutte le risposte, ma con l’aver imparato a convivere con le domande. Forse è anche per questo che Alessio Vassallo continua a conquistare il pubblico. Perché dietro ogni interpretazione non c’è mai la ricerca dell’effetto, ma quella della verità. E la verità, quando affiora, non ha bisogno di alzare la voce. L’intervista che segue è il racconto di un uomo che ha attraversato quarantasei fiction, il teatro e decine di vite immaginate senza perdere il contatto con la propria. Un attore che non ama definirsi arrivato, che preferisce immaginarsi ancora dentro un ascensore, senza sapere a quale piano fermarsi. Ed è forse proprio questa tensione continua, questa volontà di restare in cammino, a renderlo uno degli interpreti più profondi e autentici della sua generazione.