Ci sono attori che attraversano il tempo rincorrendo i personaggi e altri che, senza quasi accorgersene, finiscono per abitare un’unica, lunga storia: la propria. È una differenza sottile, ma decisiva. Perché nel primo caso il lavoro consiste nel cambiare continuamente pelle; nel secondo, invece, ogni interpretazione diventa un tassello di una ricerca più ampia, un modo per comprendere meglio sé stessi e il mondo. Adriano Pantaleo appartiene a questa seconda categoria. Siamo abituati a riconoscerlo attraverso i volti che hanno accompagnato intere generazioni. C’è il bambino di Io speriamo che me la cavo, lo Spillo di Amico mio, poi il teatro, il cinema, la televisione, fino alla maturità artistica di oggi. Ma sarebbe riduttivo leggere il percorso di Adriano Pantaleo come una semplice successione di ruoli. A osservarlo con attenzione emerge un filo invisibile che tiene insieme ogni esperienza: il bisogno di restituire significato alle storie e, soprattutto, alle persone. È forse questa la forma più autentica della memoria. Non quella che conserva nostalgicamente il passato, ma quella che continua a produrre futuro. Nel corso degli anni Adriano Pantaleo ha trasformato il mestiere dell’attore in un esercizio di responsabilità. Lo dimostra il lavoro portato avanti con il Nest di San Giovanni a Teduccio, uno spazio che non è soltanto un teatro, ma un presidio culturale e umano, nato dall’idea che l’arte possa diventare occasione di crescita collettiva. Lo conferma anche il suo progressivo avvicinamento alla regia e alla scrittura, quasi fosse il naturale approdo di chi, dopo aver dato voce ai personaggi degli altri, sente il bisogno di costruire un proprio sguardo sul reale. Non è un caso che il documentario Il coach dei 2 mondi, presentato al Giffoni Film Festival, scelga di raccontare una figura capace di cambiare il destino di una comunità attraverso lo sport. È una storia che dialoga profondamente con quella del suo autore, perché parla di educazione, di fiducia e della possibilità, sempre fragile ma necessaria, di offrire a qualcuno un orizzonte diverso. Questa intervista in esclusiva per Virgilio Notizie ad Adriano Pantaleo avviene al Lamezia International Film Fest, nell’ambito di Cose Serie, la sezione dedicata alla serialità che ha ospitato il cast di Roberta Valente, annunciando la produzione della seconda stagione. Ed è stata per noi un’occasione per capire da vicino il percorso artistico e umano di Adriano Pantaleo. Al di là dei riconoscimenti e della carriera, il tratto che più colpisce di questo attore è la coerenza con cui continua a interrogarsi sul senso del proprio lavoro. Durante la conversazione emerge con chiarezza un elemento che accomuna tutte le tappe del suo percorso: l’entusiasmo del bambino non è mai scomparso, ma si è trasformato in consapevolezza. È il passaggio più difficile per chiunque intraprenda una professione creativa. Conservare lo stupore senza rinunciare al rigore. Continuare a credere nella forza del racconto senza smettere di interrogarsi sulla responsabilità che ogni racconto comporta. Forse è proprio questo il punto in cui il mestiere incontra la persona. Per alcuni attori il set è un luogo di lavoro. Per altri diventa uno spazio nel quale elaborare la propria idea di comunità, di educazione, perfino di futuro. Ascoltando Adriano Pantaleo si ha l’impressione che il cinema, il teatro e la regia siano soltanto strumenti diversi attraverso cui perseguire un unico obiettivo: lasciare un segno che continui a vivere anche quando le luci si spengono e il sipario si chiude. In fondo è questo il significato più profondo dell’arte: non sopravvivere nel ricordo del pubblico, ma continuare a esistere nelle vite che, anche solo per un istante, è riuscita a trasformare.