Ci sono registi che rincorrono il tempo e altri che, quasi senza accorgersene, finiscono per raccontarlo, come Neri Parenti. Perché, al di là delle etichette, delle polemiche e di quella critica che per anni ha guardato con sospetto il suo cinema, c’è un dato che resta ostinato: i suoi film hanno accompagnato la vita di milioni di italiani. Hanno abitato le feste, i pomeriggi in famiglia, le sale cinematografiche affollate, la televisione accesa durante le vacanze. Sono diventati memoria collettiva senza averne mai fatto una dichiarazione d’intenti. È curioso incontrarlo oggi, lontano dalla frenesia di un set, in un festival che del cinema celebra anche la riflessione. Perché dietro il regista delle grandi commedie popolari emerge un uomo che parla con misura, quasi con pudore. Non c’è alcuna rivendicazione nelle parole di Neri Parenti, nessun desiderio di regolare i conti con la critica o con il passato. C’è piuttosto la serenità di chi ha attraversato oltre mezzo secolo di cinema sapendo perfettamente quale fosse il proprio mestiere e quale fosse il pubblico a cui si rivolgeva. Durante questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, realizzata al Lamezia International Film Fest, Neri Parenti non costruisce una difesa della propria carriera. La attraversa. Ricorda gli inizi come aiuto regista, l’apprendistato accanto ai grandi maestri della commedia italiana, il rapporto con gli attori, l’importanza quasi artigianale del montaggio, la fiducia conquistata sul set attraverso la preparazione e non attraverso l’autorità. E, senza mai indulgere nella nostalgia, osserva con lucidità un’industria che nel frattempo è cambiata profondamente: i budget, le piattaforme, i nuovi processi produttivi, persino il modo in cui oggi si leggono e si giudicano le sceneggiature. Colpisce soprattutto un dettaglio. Neri Parenti non parla quasi mai di successo. Parla di lavoro. Di esperienza. Di mestiere. Come se i cinquantacinque film diretti fossero il risultato naturale di una disciplina quotidiana più che di un talento da esibire. È una prospettiva insolita in un tempo in cui il cinema viene spesso raccontato attraverso il mito dell’autore o il fascino dell’eccezione. Lui, invece, continua a ragionare da artigiano: uno che conosce il peso di un’inquadratura, il valore di una pausa comica, il ritmo di un montaggio, la responsabilità di arrivare sul set sapendo esattamente cosa fare. Forse è proprio qui che si nasconde la parte più interessante dell’incontro. Non nella nostalgia dei cinepanettoni, né nei ricordi delle grandi stagioni della commedia italiana, ma nella consapevolezza con cui Neri Parenti guarda il proprio percorso. Senza trasformarlo in leggenda e senza sminuirlo. Con quella rara capacità di osservare il passato senza abitarlo e il futuro senza pretendere di dominarlo. Ne nasce un dialogo che, più che ripercorrere una filmografia, prova a entrare nella testa di un regista che ha sempre preferito lasciare parlare i suoi film piuttosto che se stesso. E che, forse proprio per questo, ha ancora qualcosa da raccontare.