Ci sono registi che raccontano il cinema attraverso la tecnica e altri che lo raccontano attraverso la vita, come Giuseppe Piccioni. Nelle sue parole, come nei suoi film, non ci sono mai certezze granitiche o formule da consegnare agli altri. Ci sono piuttosto domande, esitazioni, contraddizioni. C’è la consapevolezza che ogni scelta, anche quella artistica, porta con sé qualcosa che si conquista e qualcosa che inevitabilmente si perde. Per questo il suo cinema, da Il grande Blek a Fuori dal mondo, da Luce dei miei occhi fino ai lavori più recenti, ha sempre guardato ai personaggi prima che agli eventi, alle fragilità prima delle risposte, ai silenzi prima delle dichiarazioni. È un cinema che non cerca il rumore, ma la risonanza emotiva delle cose. Ospite del LIFF13, che gli ha dedicato una monografia ripercorrendo una carriera tra le più personali del cinema italiano contemporaneo, Giuseppe Piccioni accetta di raccontarsi in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie con la stessa discrezione che attraversa le sue opere. Non costruisce un autoritratto celebrativo, né indulge nella nostalgia. Anzi, sorprende per la lucidità con cui parla dei dubbi che ancora lo accompagnano, delle rinunce che il cinema gli ha imposto, del sospetto, mai del tutto sopito, che la vita avrebbe potuto prendere un’altra direzione. È un’ammissione rara in un tempo in cui il successo viene spesso raccontato come una linea retta. Per Giuseppe Piccioni non è così. Ogni film è il risultato di una ricerca che ricomincia da capo, di un equilibrio fragile tra desiderio e fatica, tra ciò che il cinema restituisce e ciò che inevitabilmente chiede in cambio. Eppure, dentro questa apparente inquietudine, emerge una fedeltà assoluta al gesto creativo. Giuseppe Piccioni racconta il set come un luogo di comunione, quasi un rito, dove un gruppo di persone smette di svolgere semplicemente un lavoro e condivide un’esperienza destinata a lasciare un segno. Ricorda i fratelli che gli fecero scoprire libri, musica e cinema quando in casa non erano una presenza abituale; ripensa agli incontri con Martin Scorsese, Ettore Scola e Mario Monicelli; riflette sul significato della parola “maestro”, che considera meno un titolo che una responsabilità. E, soprattutto, confessa che il riconoscimento più grande non coincide con un premio o con il successo di un film, ma con l’incontro inatteso di uno spettatore che gli dice di aver trovato, in quelle immagini, qualcosa capace di cambiargli la vita. Ne nasce una conversazione intima, a tratti persino spiazzante, che restituisce il ritratto di un autore ancora disposto a mettersi in discussione. Perché, in fondo, il cinema di Giuseppe Piccioni continua a nascere proprio da lì: dalla convinzione che le risposte definitive interessino meno delle domande che restano aperte.
Giuseppe Piccioni, l’intervista al regista: “Il cinema mi ha dato tutto, ma mi ha anche tolto moltoˮ
Giuseppe Piccioni ripercorre una carriera costruita tra dubbi, incontri e passioni.







