Ci sono attori che inseguono un personaggio. Altri inseguono un ruolo, una carriera, un riconoscimento. Poi ci sono attori che, in fondo, inseguono sé stessi. Parlando con Giovanni Alfieri si ha l’impressione che il suo percorso appartenga a quest’ultima schiera. Non perché sia alla ricerca di un’identità che gli manca, ma perché considera il mestiere dell’attore un esercizio continuo di scoperta. Scoperta di ciò che si è, di ciò che si teme, di ciò che si nasconde nelle zone meno illuminate della propria interiorità. Nato a Scicli, nel cuore di quella Sicilia che conserva ancora il ritmo lento delle relazioni autentiche e il peso delle tradizioni, Giovanni Alfieri è partito molto presto per Roma inseguendo un obiettivo semplice e radicale: riuscire a vivere facendo l’attore. Non diventare famoso. Non diventare una star. Semplicemente vivere di questo lavoro. Oggi, dopo gli anni della formazione, il teatro amatoriale che gli ha acceso la scintilla, il DAMS, l’esperienza ne L’Ora e quella più recente in M – Il figlio del secolo, può dire di aver sfiorato quel traguardo. Eppure, ascoltandolo, si capisce che il punto non è mai stato arrivare. Perché Giovanni Alfieri sembra appartenere a una specie sempre più rara: quella degli artisti che considerano la gavetta non una fase da superare, ma un luogo da abitare. Un luogo in cui continuare a imparare, a dubitare, a mettersi in discussione. Nelle sue parole in quest’intervista esclusiva per Virgilio Notizie ritornano continuamente alcune immagini: il teatro come casa, il lavoro come bottega, la formazione come curiosità permanente. E poi c’è la Sicilia. Non come semplice geografia sentimentale, ma come radice profonda. Una presenza che attraversa i suoi racconti, i suoi spettacoli, il suo modo di guardare il mondo. Non è un caso che il progetto che ha segnato il suo ritorno al palcoscenico, Samar, nasca proprio dalla raccolta di racconti, canti e memorie popolari trasformati in una drammaturgia contemporanea. Ma forse l’aspetto più affascinante del suo racconto è un altro. Giovanni Alfieri parla spesso di caos. Di quelle parti irrisolte che ciascuno porta dentro di sé e che non sempre devono essere guarite. Anzi. A volte, dice, sono proprio quelle a generare il movimento, la trasformazione, la creatività. È una riflessione che va oltre il mestiere dell’attore e tocca qualcosa di profondamente umano. Questa conversazione nasce da qui. Non dal desiderio di ripercorrere una carriera attraverso date, titoli e successi, ma dalla curiosità di esplorare il paesaggio interiore di un artista che continua a definirsi un giovane attore nel pieno della gavetta. Un attore che parla dei propri morti come di compagni di viaggio, che considera i provini dei preventivi anziché dei giudizi, che ha lasciato Roma dopo dodici anni per tornare vicino al mare della sua infanzia e che continua a credere che il vero successo coincida con la possibilità di fare ogni giorno il lavoro che ama. Forse, più che il racconto di una carriera, quella che segue è la storia di una ricerca. E, come tutte le ricerche autentiche, non sembra avere alcuna intenzione di finire.