Ci sono attori che inseguono la fama. Altri inseguono il successo, il riconoscimento, il centro della scena. E poi ce ne sono alcuni che sembrano appartenere a un’altra specie umana: attori che non hanno mai davvero inseguito nulla, perché hanno passato la vita a inseguire soltanto il mestiere. Gigi Savoia appartiene a questa categoria rara. È uno di quegli attori che sembrano nati più per il palcoscenico che per la celebrità. Uno di quelli che hanno attraversato cinquant’anni di teatro senza mai costruirsi addosso un personaggio pubblico. Senza mai trasformarsi in una maschera. Senza mai smettere di sentirsi, prima di tutto, un artigiano. E forse è proprio questo che colpisce quando lo si incontra: la distanza quasi commovente tra il valore enorme della sua carriera e il modo disarmato con cui continua a raccontarla. Perché Gigi Savoia ha lavorato con Eduardo De Filippo, con Luca De Filippo, con Giorgio Albertazzi, con Gigi Proietti, con Nanni Loy, con Francesco Rosi, con Paolo Sorrentino, con Marco Bellocchio. Ha attraversato il teatro di Viviani, Shakespeare, Pirandello, il cinema popolare e quello d’autore. È stato definito perfino “l’erede di Eduardo”. Eppure, ascoltandolo parlare per questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, si ha continuamente la sensazione che non si sia mai sentito davvero arrivato. Come se dentro di lui fosse rimasta intatta quella fragilità originaria da cui tutto è nato. Perché questa, in fondo, non è soltanto la storia di un attore. È la storia di un uomo estremamente sensibile che ha trovato nel teatro un modo per sopravvivere a sé stesso. Prima della scena c’erano la musica, il sassofono, le orchestre. C’era perfino Medicina. Ma soprattutto c’era una timidezza feroce, quasi dolorosa. Una sensibilità ingestibile verso il mondo, verso gli esseri umani, verso il dolore degli altri. E il teatro, lentamente, è diventato il luogo in cui tutta quella materia emotiva poteva finalmente trasformarsi in voce, corpo, presenza. Per questo, durante l’intervista, torna continuamente una parola: terapia. Il teatro come terapia. Il palco come cura. Il pubblico come scambio emotivo necessario. Per Gigi Savoia recitare non è mai stato un gesto esibizionistico. È sempre sembrato, piuttosto, un modo per creare un contatto umano assoluto. Quasi fisico. Quasi vitale. Ed è probabilmente qui che si nasconde il cuore più profondo della sua storia. Perché, mentre molti attori parlano di tecnica, metodo o carriera, lui parla continuamente di relazione. Del pubblico. Dei compagni di scena. Dell’odore del legno nei camerini. Dei teatri salutati entrando e uscendo, come fossero organismi vivi. Dei detenuti di Nisida che, per qualche ora, smettevano di sentirsi prigionieri grazie a uno spettacolo. Persino il suo rapporto con il successo è rimasto profondamente teatrale: concreto, precario, quasi artigianale. Non c’è mai compiacimento nelle sue parole. Semmai il contrario. Una specie di eterna insoddisfazione operaia. L’idea che si possa sempre scavare ancora un po’ più a fondo. Che si possa fare meglio. Che non si sia mai davvero arrivati. E forse è proprio questa mancanza di vanità ad avergli impedito di diventare “un personaggio” nel senso contemporaneo del termine. Gigi Savoia non ha mai costruito relazioni strategiche, non ha mai inseguito salotti, non ha mai saputo coltivare il potere. Lui stesso lo ammette con una lucidità quasi crudele verso sé stesso. Ha scelto il teatro. Sempre. Le tavole di scena al posto delle convenienze. Il camerino al posto dei corridoi giusti. L’odore del velluto al posto del marketing personale. Ed è forse per questo che oggi, ascoltandolo parlare, si avverte una verità sempre più rara: quella di un uomo che non ha mai separato davvero la vita dall’arte.