Ci sono attori che inseguono il successo e altri che, invece, sembrano inseguire qualcosa di molto più difficile da raggiungere: una verità. Gabriele Falsetta, ospite della quinta edizione del Caltagirone Short FilmFest in programma dal 10 al 12 luglio, appartiene a questa seconda categoria. Basta ascoltarlo per pochi minuti per capire che, prima ancora di parlare di cinema, serie televisive o palcoscenici, parla di tempo. Del tempo necessario per crescere, per sbagliare, per imparare ad aspettare. Del tempo che serve per diventare davvero se stessi. La sua è una carriera costruita lontano dalla fretta e dalle scorciatoie. Anni di teatro, di studio, di ricerca, di incontri che hanno lasciato tracce profonde, fino ad arrivare a un presente ricco di progetti, nel quale il lavoro sembra finalmente aver trovato una continuità tanto desiderata. Eppure, paradossalmente, è proprio nel momento in cui tutto sembra accelerare che Gabriele Falsetta sceglie di rallentare. Di fermarsi. Di osservare ciò che gli sta accadendo con uno sguardo lucido, quasi sorprendentemente distante da quella fame che spesso accompagna questo mestiere. Forse è questa la sua caratteristica più rara: la capacità di non lasciarsi sedurre dall’idea che il successo coincida con il fare sempre di più. Per lui recitare non significa accumulare personaggi, ma attraversarli. Lasciarsi cambiare senza smarrire il proprio centro. Custodire uno spazio interiore che nessun set, per quanto importante, possa occupare completamente. Nelle sue parole in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie non c’è nostalgia del passato né ansia per il futuro. C’è piuttosto la consapevolezza che ogni progetto, una volta concluso, diventa una fotografia di chi eravamo in quel preciso momento della vita. E riguardare quei lavori significa inevitabilmente riguardare se stessi. Con tenerezza. Con gratitudine. Ma anche con la lucidità di chi sa che la persona che appare sullo schermo appartiene già a un’altra stagione. È un approccio quasi controcorrente, in un’epoca che premia la velocità, l’esposizione continua e la necessità di esserci sempre. Gabriele Falsetta sembra invece rivendicare il valore del silenzio, delle pause, perfino del vuoto. Perché è proprio lì, sostiene, che si rigenera lo sguardo di un attore. È lì che tornano a nascere le domande, prima ancora delle risposte. In questa conversazione non si parla soltanto dei suoi progetti, delle serie che stanno per arrivare o dei personaggi che il pubblico scoprirà nei prossimi mesi. Si entra piuttosto nel laboratorio invisibile di un interprete che considera il mestiere dell’attore un esercizio continuo di ascolto, di disciplina e di umanità. Un viaggio fatto di identità che si incontrano, si confondono e poi si separano, lasciando ogni volta qualcosa di nuovo. Perché, in fondo, conoscere Gabriele Falsetta significa comprendere che il vero lavoro non avviene soltanto davanti alla macchina da presa. Avviene molto prima. Nel modo in cui si attraversa la vita, si custodiscono le proprie fragilità e si sceglie, ogni volta, di tornare a guardare il mondo con occhi ancora curiosi.