Ci sono attrici che raccontano i personaggi. E poi ce ne sono altre che, parlando dei personaggi, finiscono inevitabilmente per raccontare sé stesse. Non perché abbassino la guardia o cedano alla confessione. Al contrario. Perché hanno imparato che interpretare qualcuno significa, prima di tutto, sospendere il giudizio. È un esercizio di ascolto, prima ancora che di recitazione. Vuol dire entrare nella testa di una donna distante da noi senza assolverla, ma anche senza condannarla. Cercare le sue ragioni, i suoi vuoti, le sue paure. Comprendere il percorso che l’ha portata fino a quel punto. È esattamente il modo in cui Giulia Gualano guarda ad Anita, il personaggio che interpreta in Election Day, il nuovo film di Giorgio Amato al cinema dal 9 luglio con Medusa. Una donna che vive di potere, ambizione e manipolazione, costruita intorno a un sistema politico che diventa il luogo in cui si intrecciano desiderio di affermazione, identità e compromesso. Un personaggio che, a una lettura superficiale, potrebbe sembrare semplicemente spietato. E che invece, nelle parole dell’attrice, si trasforma in qualcosa di molto più complesso: una persona con un passato, con ferite invisibili, con il bisogno quasi universale di essere riconosciuta. È curioso come, parlando di Anita, Giulia Gualano finisca spesso in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie per parlare dell’essere umano. Mai della cattiveria in senso assoluto. Mai della colpa. Sempre delle motivazioni. Forse è anche questo il motivo per cui il suo percorso artistico è stato così poco lineare. Non è arrivata a Roma inseguendo il sogno della recitazione. Voleva soltanto andare via. Lasciarsi alle spalle una realtà che sentiva troppo stretta e provare a costruirsi altrove. La recitazione è arrivata quasi per caso, dopo la danza, dopo lavori di ogni tipo per mantenersi, dopo una masterclass frequentata più per curiosità che per vocazione. Poi, lentamente, è diventata una necessità. Ascoltandola, ci si accorge che il suo rapporto con questo mestiere è quasi controintuitivo rispetto alla retorica che spesso accompagna il mondo dello spettacolo. Non parla mai di successo come traguardo. Non misura il valore di una carriera attraverso la popolarità. Anzi, racconta perfino con ironia di essere un’attrice che spesso il pubblico non riconosce nemmeno quando la incontra dopo averla vista sullo schermo. Eppure, proprio in questa apparente contraddizione, emerge una consapevolezza rara. Per anni ha inseguito il riconoscimento professionale fino a capire che il rischio più grande non era non lavorare, ma permettere ai risultati di decidere il proprio equilibrio emotivo. È stato allora che ha iniziato un percorso personale che l’ha portata a distinguere ciò che dipende da lei da ciò che, inevitabilmente, appartiene agli altri. Prepararsi. Studiare. Arrivare pronta. Fare tutto ciò che è nelle proprie possibilità. E poi lasciare andare. Non è rassegnazione. È libertà. Anche quando parla di ambizione, una parola che spesso associamo alla competizione, la sua riflessione prende una direzione diversa. L’ambizione, per lei, non coincide con il bisogno di arrivare prima degli altri. Coincide con la ricerca ostinata di una vita in cui il lavoro continui a essere una fonte di felicità e non di sofferenza. In fondo, tutta questa conversazione sembra ruotare intorno a una domanda che non viene mai pronunciata apertamente: quanto siamo disposti a perdere di noi stessi pur di ottenere quello che desideriamo? È la domanda che attraversa Election Day. È la domanda che accompagna Anita. Ma è anche quella che, per contrasto, sembra aver guidato Giulia Gualano nella costruzione della propria identità di donna prima ancora che di attrice. Perché, alla fine, il successo che descrive non ha nulla a che vedere con i riflettori. Ha piuttosto il sapore di una conquista silenziosa: riuscire a fare il lavoro che si ama senza permettere che quel lavoro diventi l’unica misura del proprio valore. Ed è probabilmente questa la chiave più autentica con cui leggere l’intervista che segue.