Ci sono attrici che attraversano il tempo rincorrendo il consenso e altre che, quasi senza accorgersene, attraversano il tempo rincorrendo i personaggi, come nel caso di Claudia Gerini. Da quasi quattro decadi il pubblico italiano la osserva cambiare pelle, registro, tono, accento. L’ha vista essere leggera e drammatica, ironica e tragica, popolare e sofisticata. Ma, soprattutto, l’ha vista rifiutare l’idea di essere una sola cosa. Forse è questo il tratto che colpisce maggiormente incontrandola alla seconda edizione del Baarìa Film Festival, dove presiede la giuria del Concorso Internazionale. Non tanto la consapevolezza di una carriera costruita attraverso decine di film, quanto il modo in cui continua a guardare il cinema. Con la curiosità di chi non si sente arrivato. Con lo sguardo di chi, prima ancora di essere attrice, resta spettatrice. Nelle parole di Claudia Gerini il cinema non è un mestiere da analizzare freddamente, ma un luogo in cui lasciarsi sorprendere. Un film, dice, deve attraversare l’anima. Deve riuscire a spostare il punto di vista di chi guarda, a trascinarlo in un mondo altro, senza che il tempo abbia più importanza. È una definizione che racconta anche il suo modo di interpretare i personaggi: mai come maschere da indossare, piuttosto come vite da abitare. Non è un caso che, parlando di Mancino Naturale, il ricordo torni immediatamente ai rapporti umani, all’energia di una periferia, all’affetto nato sul set, al luogo che diventa esso stesso un personaggio. Per Claudia Gerini il cinema sembra esistere sempre dentro una relazione: con gli altri attori, con un regista, con uno spazio, con il pubblico. Persino quando riflette sull’avvento delle piattaforme evita ogni nostalgia ideologica. Riconosce che il cinema è cambiato, che le sale convivono con lo streaming e che oggi molti film trovano una seconda occasione proprio entrando nelle case delle persone. Non c’è rassegnazione nelle sue parole, ma il realismo di chi preferisce osservare i cambiamenti anziché combatterli. Ed è forse la stessa filosofia che emerge quando prova a definire se stessa. Lo fa con prudenza, quasi con pudore. Accetta l’idea di essere un’attrice poliedrica, camaleontica, fantasiosa, ma rifiuta qualsiasi etichetta definitiva. Perché ogni definizione, inevitabilmente, rischia di diventare un confine. E chi ha attraversato commedia, dramma, musical e cinema d’autore sa che la libertà di cambiare è parte integrante del proprio mestiere. La parte più intima dell’intervista esclusiva per Virgilio Notizie arriva però sul finale, quando il discorso si allontana dal cinema per toccare la creatività. Alla celebre intuizione di Nietzsche sul caos necessario a far nascere una stella danzante, Claudia Gerini risponde senza retorica. Quel caos, dice, non va spento. Va custodito. Perché è lì che continuano ad abitare la curiosità, il desiderio di esplorare e la disponibilità a rischiare. Se lo si addomestica troppo, insieme al disordine si finisce per perdere anche una parte della creatività. È probabilmente questa l’immagine che rimane al termine dell’incontro al Baarìa Film Festival. Non quella della diva o della protagonista di una lunga carriera, ma quella di un’artista che, dopo oltre trent’anni di set, continua a difendere il diritto di non sentirsi mai definitivamente arrivata. Di restare, prima di tutto, una donna capace di lasciarsi ancora sorprendere dal cinema.
Claudia Gerini, l’intervista all’attrice: “Perdersi in un film è il regalo più bello”
Claudia Gerini si racconta dal Baarìa Film Festival: il cinema come emozione, i personaggi, il pubblico e quel caos che alimenta la creatività






