L’attrice Tra i protagonisti del festival «Italian Global Series», si racconta con ironia: «Sorrentino non mi prese. Tra leggerezza e maturità, riesco a dire di no»
Passo dopo passo, Pilar Fogliati con i suoi personaggi chic o coatti (la leggerezza intelligente), sta diventando una sorta di Franca Valeri 2.0, a parità d’età. E Pilar ne ha 33. È nella serie Una pura formalità di Davide Marengo (dal romanzo di Alessia Gazzola) che andrà su Rai 1.Ne ha fatte di serie.«Non ci sono le pause tra un ciak e l’altro. Mi piace che durino tanto. Un giorno dovevo fare la pipì, fuori mi aspettava l’assistente che alla radiolina diceva al regista: l’ha quasi fatta. Una scena dopo l’altra. E sento molto il fatto di lavorare per Rai 1, il servizio pubblico, il dover piacere a bambini, adulti e nonni».Il suo ruolo?«Sono una giornalista di Milano che lavora in un giornaletto di moda e gossip, quando invece vorrebbe fare inchieste importanti. Anziché degli attici di lusso, come si aspettavano, scrive degli studenti che hanno protestato veramente per il caro affitti, in tenda a piazza Duomo. È la vita di stenti che vive lei, nel suo seminterrato da cui vede i piedi dei passanti».Poi?«Nel frattempo uno zio mi lascia un’eredità che consegna tanti punti di domanda. C’è un buco di identità. Mio padre è interpretato da Alessio Boni. Poi ho una love story con l’abbiente ex compagno di liceo. C’è molto “ricchi e poveri”, nella serie».E le sue radici?«Sono borghesi, papà imprenditore si occupa di antincendi e sicurezza sul lavoro, e mamma (molto colta) per le carceri minorili e le case famiglia».Ho letto che passava ore a cercare quadrifogli.«Portano fortuna, tutti i miei libri ne sono pieni, Vivevamo a Mentana, in campagna, era un modo per prendere un po’ di distanza fisica dai miei. Mi nascondevo tra le frasche in giardino, e una volta sono scesa a piedi sul raccordo anulare, non sono così pazza, c’era traffico, l’auto era quasi ferma. Andavo a scuola a piazza di Spagna. Ho tanti chilometri dentro di me. Papà era severo ma ci sta, io, nata ad Alessandria, mi sento mezzo sabauda. Sono disordinata nella testa, nella pratica no. Mi piace la forma, il mio lato austero da qualche parte c’è».L’esperienza a Sanremo?«Col senno di poi, dovevo fare un solo personaggio, la radicalchic aristocratica Uvetta. Aver toccato quel palco è sentirsi dentro una cosa dell’Italia, è vedere la propria faccia sulla Settimana Enigmistica. Il giorno dopo su Instagram ho letto commenti solo positivi. Una ragazza di 17 anni mi ha scioccato: ti ringrazio per il messaggio body positivity. Sai quando hai un corpo non conforme, tipo le modelle ciccione che fanno le sfilate di moda? Lei si riferiva alle mie orecchie a sventola».Ci ha fatto pace?«Esco sempre con la coda di cavallo, quindi direi di sì».L’ironia l’ha aiutata?«Eh, mille volte. Sono una che sfugge il conflitto, quando arriva mi viene da ridere, è uno strano istinto, come si dice a Roma, la butto in caciara. Da ragazza diventavo la persona con cui stavo, fingevo di tifare la loro squadra di calcio, ho fatto un film in cui esorcizzo ‘sta roba qua, che ora guardo con tenerezza e divertimento. Ho migliorato il mio rapporto col no: prima, non riuscivo a dire no».E quando ha ricevuto lei un no a un provino?«Paolo Sorrentino in Youth. Mi diede un foglio con delle battute, non avevo né la scena né il copione. Non so niente del ruolo. Dopo due minuti mi disse, le hai imparate? Aggiunse che gli piacevano molto le mie orecchie a sventola. Non mi prese».L’ultima volta ci disse: non so esattamente chi sono e dove voglio andare. Ora in che fase è?«Sono quello che leggo dai copioni che ricevo. In questa serie faccio una giornalista che cerca sé stessa, anche se io ora tendo a usare sul set le mie insicurezze e la mia goffaggine. Un regista mi ha detto: il traguardo è quando ti dicono che sei una grande str…ma talmente brava che ti prendono. Non vorrei arrivarci, ma dà l’idea. Mi sento una giovane donna con la di minuscola»









