Ci sono luoghi che si attraversano. E poi ce ne sono altri che, anche quando li si lascia, continuano ad attraversare noi. Per Davide Vigore la provincia siciliana non è mai stata semplicemente un’ambientazione cinematografica. È il luogo da cui nasce il suo sguardo. È la grammatica emotiva con cui continua a leggere il mondo. Per questo, osservando la sua filmografia, si ha la sensazione che ogni film sia un ritorno, anche quando racconta storie diverse. Da Chi vuoi che sia a Fuorigioco, da La Compagna Solitudine a La Viaggiatrice, fino a Dream e al recente Nella mia zona, il suo cinema sembra muoversi sempre lungo la stessa domanda: che cosa succede quando il luogo in cui sei nato smette di essere una casa e diventa un confine? Non è un caso che i suoi personaggi siano spesso giovani sospesi, uomini e donne che guardano l’orizzonte senza sapere se attraversarlo o restarne prigionieri. Non racconta eroi. Racconta persone che cercano un varco. Anche il suo passaggio alla produzione sembra nascere dalla stessa esigenza. Negli ultimi anni Davide Vigore ha scelto di accompagnare storie che non portano la sua firma registica, ma che appartengono allo stesso universo umano. Isole senza mare, esordio di cinque giovanissime registe dell’entroterra siciliano, e Amore, diretto da Riccardo Cannella, sono due opere molto diverse tra loro, eppure condividono la stessa convinzione: il cinema può diventare uno spazio in cui un territorio finalmente prende la parola. Produrre, in questo senso, non significa rinunciare al proprio sguardo, ma permettere ad altri di trovare il proprio. È forse il gesto più maturo che un autore possa compiere. Eppure ridurre Davide Vigore al “regista della Sicilia” sarebbe un errore. La sua Sicilia non coincide quasi mai con quella che il cinema e la televisione hanno trasformato in immaginario collettivo. Non ci sono cartoline, folklore da esportazione o paesaggi costruiti per rassicurare lo spettatore. C’è invece una terra interna, spesso invisibile, dove il mare esiste soltanto come nostalgia. Una Sicilia fatta di nebbia, di neve, di inverni lunghi, di estati torride, di paesi che sembrano sospesi fuori dal tempo. Una Sicilia che molti siciliani stessi conoscono poco. Ed è forse questa la vera intuizione del suo cinema. Vigore racconta un’isola che contiene al proprio interno un’altra isola. L’entroterra diventa una periferia geografica ma anche esistenziale. È il luogo in cui le opportunità sono poche, i sogni sembrano troppo grandi e il desiderio di partire convive continuamente con il senso di colpa di chi lascia. Non sorprende allora che i suoi protagonisti siano quasi sempre giovani. Perché è nell’adolescenza e nella prima età adulta che questa tensione raggiunge il suo punto più doloroso: restare significa rinunciare? Partire significa tradire? L’intervista esclusiva a Davide Vigore per Virgilio Notizie che segue prende avvio proprio da qui, ma finisce per raccontare molto di più del cinema. A un certo punto dell’intervista, parlando di Enna, Vigore pronuncia una frase che forse contiene l’intero senso del suo percorso: «Enna è come una donna bellissima che si ama, ma che a volte non si lascia raggiungere». È una dichiarazione che sembra riguardare una città e che, invece, parla di tutti i rapporti importanti della nostra vita. Dell’amore che non coincide mai con l’idealizzazione. Del legame che continua a esistere anche quando genera frustrazione. Della nostalgia che non cancella il conflitto. È qui che il regista lascia spazio all’uomo. Scopriamo allora che il cinema, prima ancora di essere un mestiere, è stato una forma di sopravvivenza. Non nasce da una vocazione romantica, ma dalla necessità di riempire il vuoto. Gli inverni interminabili dell’entroterra, la nebbia, il silenzio, la sensazione che il mondo accadesse sempre altrove. Mentre altri trovavano rifugio nei bar o nella musica, lui entrava in sala. Il cinema, racconta, era il modo per vedere oltre quella nebbia. Una frase semplice, ma potentissima. Perché suggerisce che ogni autentica vocazione nasce quasi sempre da una mancanza prima ancora che da un talento. Forse è questo il filo invisibile che lega tutti i suoi lavori, sia quelli firmati come regista sia quelli sostenuti come produttore. Non il desiderio di raccontare la Sicilia, ma quello di dare voce a chi vive nei margini, ai territori dimenticati, alle esistenze che raramente occupano il centro dell’inquadratura. In fondo, il cinema di Davide Vigore sembra ricordarci una cosa molto semplice. Le periferie non sono luoghi. Sono domande. E finché continueranno a esistere ragazzi costretti a scegliere tra il bisogno di partire e quello di restare, quelle domande continueranno a riguardare tutti noi.
Davide Vigore, l’intervista al regista: "La provincia non è un luogo ma uno stato dell'anima"
Da 'Nella mia zona' a 'Isole senza mare' e 'Amore': Davide Vigore racconta la Sicilia, i giovani e il bisogno universale di trovare il proprio posto







