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La deriva classista, fanatica, intollerante e antistorica della sub-cultura woke in questi anni ha prodotto danni sul piano culturale e fomentato, sul piano politico. In sintesi: le elite woke hanno costruito binari artificiali improbabili in cui intere generazioni hanno perimetrato la loro confort zone ideale del politicamente corretto, regalandoci allo stesso tempo gremite piazze intergenerazionali e interclassiste, virtuali e non solo, ispirate al populismo di destra. Per carità di patria, ci e vi risparmiamo la carrellata di «tuttu» (il plurale inclusivo è in «U», lo sapevate?) le follie surreali che nel corso del tempo siamo stati costretti a leggere e sentire dal mondo woke.

Ma dopo la recente abiura, negli Stati Uniti, da parte di Alexandra Ocasio Cortez, anche nella sinistra italiana che si richiama al mondo dem americano si sta faticosamente facendo largo il «contrordine compagni». E da questo punto di vista è stato interessante vedere la corsa di alcuni leader a far tana per primi sul fronte del campo largo, in attesa che Schlein & Co.

tornino dalle varie Capalbio e tornino anche, almeno in parte, ad occuparsi degli operai, di cui, con più successo, si è occupato il centrodestra. Volendo dunque partecipare costruttivamente a un dibattito culturale che rischia di avvitarsi a sinistra, per produrre ancora una volta consensi populisti nell'estrema destra, è opportuno sottolineare che l'unica alternativa credibile alla deriva woke, ma anche al suo degno contrario, è la cultura liberale e riformista: quella che non ha mai abbandonato le dinamiche economiche per seguire religiosamente i mantra ultraprogressisti sulle mode del momento, sulle tendenze che si vogliono trasformare in diritti, quella che ha sempre continuato a seguire anche il tema dei diritti civili con misura e buon senso, tenendosi distante tanto dalle teorie gender quanto dall'omofobia.