Di cultura woke, cioè di attenzione analitica ai meccanismi materiali che ci fanno pensare come pensiamo, non ce ne vuole di meno ma di più; le sue non sono esagerazioni da mitigare ma piuttosto mancanze da denunciare, perché ogni fideistica semplificazione è mancanza (di contesto)È bastato che la politica politicante (prima negli Usa, naturalmente) prendesse posizione per far balzare di colpo sul proscenio una questione che da almeno dieci anni inquietava l’orizzonte intellettuale: la cosiddetta “cultura woke”, che da noi è arrivata soltanto di striscio, ha avuto un rinfresco di visibilità perché come sempre la politica porta i nodi al pettine. Qualcuno del sedicente “campo largo” ne ha preso le distanze, il Pd tace o trama nell’ombra; ma intanto questi nodi si sono induWalter SitiscrittoreSaggista, scrittore italiano e critico letterario: dopo aver pubblicato saggi su E. Montale e S. Penna (fra gli altri), è divenuto il curatore dell’opera completa di P.P. Pasolini per la collana I Meridiani di Mondadori. Scrittore di romanzi quali Scuola di nudo (1994), Un dolore normale (1999), Troppi paradisi (2006), Il contagio (2008), Autopsia dell’ossessione (2010), Resistere non serve a niente (2012, Premio Mondello 2013 e vincitore al Premio Strega 2013), Il realismo è l'impossibile (2013), Exit strategy (2014), La voce verticale - 52 liriche per un anno (2015) e Bruciare tutto (2017); nel 2018, il pamphlet Pagare o non pagare e il romanzo Bontà (2028); La natura è innocente (2020).
Non abbandonare lo “smontaggio”. Serve più cultura woke, non meno
Di cultura woke, cioè di attenzione analitica ai meccanismi materiali che ci fanno pensare come pensiamo, non ce ne vuole di meno ma di più; le sue non sono esagerazioni da mitigare ma piuttosto mancanze da denunciare, perché ogni fideistica semplificazione è mancanza (di contesto).










