Ci siamo occupati nei giorni scorsi della scelta dello che stellato Andrea Berton come guida della cena di gala dei XX Giochi del Mediterraneo, al Castello Aragonese, davanti a capi di Stato e delegazioni di ventisei Paesi. Nel giro di poche ore, nei commenti al pezzo pubblicato sul sito della Gazzetta, non si discuteva di Taranto capitale del Mediterraneo. Si discuteva del fatto che Berton è friulano.

Lo sconcerto (dal sapore tutto pugliese) ha accompagnato sempre la stessa domanda: in Puglia non c’era nessuno in grado di farlo? E la variante, che è suonata più furba: a parti invertite, avrebbero chiamato un pugliese per cucinare lombardo o friulano? Andiamo con ordine. Abbiamo osservato il dissenso generalizzato, disseminato in centinaia di commenti social, negli screenshot, nelle critiche degli stellati locali (gli stessi che macinano chilometri in l’Italia per regalare esperienze in luoghi lontani dalla propria terra), di cuochi, giornalisti, creator; letto contrarietà perfino in chi pensa al cibo solo quando va a fare la spesa settimanale. Il tutto, all’indomani del Concertone della Notte della Taranta trasmesso in diretta su Rai 3 e per la prima volta in eurovisione. Ve li siete immaginati voi i friulani a mangiare il “frico” mentre muovevano le gambette al ritmo di pizzica salentina, dire: “Ma a noi che importa della Taranta?”, mentre il “We are in Puglia” campeggiava a ogni pausa pubblicitaria? Noi pugliesi siamo stati contenti, ci siamo sentiti accettati, voluti dal mondo intero. Torno a Berton e allo sconcerto pugliese da tarantina emigrata altrove, con la famiglia d’origine ancora a Taranto. Alla cena di gala delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, alla Fabbrica del Vapore, con Mattarella e i capi di Stato di mezzo mondo, il menù non l’ha firmato un milanese. L’hanno firmato Enrico e Roberto Cerea, del tristellato Da Vittorio, che sta a Brusaporto, provincia di Bergamo. In carta, un vitello “ispirato a Milano”. Cucinato da bergamaschi. Nessuno a Milano ha aperto un dibattito sull’anagrafe. Poco importa si trattasse di lombardi. Milano, gastronomicamente parlando, è una repubblica a sé. Massimo Bottura, modenese, ha aperto il Refettorio Ambrosiano a Milano durante Expo 2015 e ci ha portato a cucinare Ducasse, Redzepi, Humm, Oliveira: un francese, un danese, uno svizzero, un brasiliano, nella vetrina italiana più esposta del decennio. L’anno dopo ha replicato a Rio durante le Olimpiadi, con quarantacinque chef da tutto il mondo. Ha chiamato accanto a sé Vik Muniz, i fratelli Campana, i cuochi brasiliani formati da Gastromotiva. Non ha chiesto il passaporto a nessuno. Ha chiesto a tutti di stare nella stessa cucina. A Parigi 2024 le cucine del Villaggio Olimpico sono state affidate ad Alexandre Mazzia: di lontane origini italiane, nato in Congo, marsigliese d’adozione, tre stelle a Marsiglia, chiamato a Parigi a dar da mangiare a quindicimila atleti. Nessuno ha chiesto perché non un parigino.