di

Manuel Bisceglie

Mone Selmani, macedone di etnia albanese, è arrivato in Italia senza nulla a metà degli anni '90: «Ho fatto tutti i lavori possibili. La lingua l'ho imparata servendo ai tavoli»

Nova Levante, tra il riflesso smeraldo del Lago di Carezza e l'imponenza del Passo Costalunga, è una terra che parla di bellezza, di natura, di pace. Eppure, in questa quiete alpina, c’è una storia che ha radici molto lontane, piantate nel dolore di un passato che sembra appartenergli in un’altra vita. È la storia di Monne Selmani, 54 anni, macedone ma di etnia albanese, un uomo che ha trasformato il peso di una valigia piena di incertezze in una realtà solida, fatta di lavoro, famiglia e una straordinaria capacità di rinascere. Quando Monne arrivò in Italia, a metà degli anni '90, non aveva nulla. Non aveva un lavoro, non aveva una casa. Solo una borsa piccola, due paia di scarpe e un paio di pantaloni. La guerra, quel conflitto che ha dilaniato i Balcani tra Macedonia e Kosovo, lo aveva costretto a lasciare tutto: la terra, gli affetti, la sicurezza. «Ho dormito due giorni in un parco, sotto la chiesa. Non avevo dove andare», racconta con una lucidità che non nasconde la fatica. Quei primi giorni sono stati il battesimo di fuoco di un immigrato che non cercava pietà ma dignità. Per sopravvivere ha fatto di tutto: ha accudito centocinquanta pecore, ha vissuto l'isolamento della montagna, ha imparato cosa significa il freddo, non solo climatico, ma quello dell'anima di chi deve ricominciare da capo.