L’estate sta finendo e a differenza dei Righeira io la saluto con non troppa malinconia. È stata come sempre occasione di sudore, delusioni e promesse disattese (leggerò cinquanta libri! Mi metterò in forma! Dormirò meglio!) e questa più di altre ha portato con sé una nuvola nera di pessimismo cosmico ed ecoansia, che unita alle allucinazioni dovute al caldo eccessivo l’hanno resa non particolarmente spensierata.
Ce la ricorderemo come l’estate più fresca dei prossimi dieci anni oltre che quella dell’eclissi solare, che io comunque non ho visto e aggiungo all’elenco sempre più lungo di “cose che mi sono dimenticata di fare”. Non ho visto l’eclissi, non ho letto cinquanta libri (ma nemmeno cinque), non mi sono messa in forma, non ho dormito meglio. Ho in compenso mangiato una quantità non salutare di formaggi francesi a pasta molle e ho passato molti giorni in montagna indossando scarpe da trekking.
È questo forse l’impatto più sconvolgente del cambiamento climatico: non le alluvioni, non gli incendi, ma la mia totale rassegnazione a fare le vacanze sopra i mille metri. Non solo le accetto, le bramo. Ricerco piedi freddi e pelle d’oca, sogno prati bagnati di pioggia e zuppe calde fuori stagione. Questo ovviamente non mi impedisce di lamentarmi ogni volta che vengo cooptata per una passeggiata nei boschi, ma neanche di fermarmi davanti alle agenzie immobiliari delle località alpine valutando seconde case per il mio futuro, solo per scoprire un altro mercato inavvicinabile.













