Nessun arrocco, la miglior difesa è l’attacco. E senza tempo da perdere. È la convinzione di Luigi Lovaglio, battagliero ad dell’istituto senese che ha infiammato un già torrido 20 agosto nella città del Palio per strappare (pur con qualche difficoltà) al consiglio d’amministrazione, riunito dalle 9 del mattino, un primo sì alla doppia controffensiva messa a punto per ribattere al mega-piano di banca Intesa per prendersi il Monte. Una doppia mossa per rilevare sia Banco Bpm, sia Banca Generali nel tentativo di resistere, con un progetto industriale alternativo che darebbe vita a un super-polo del credito da 70 miliardi, all'Opas (Offerta pubblica di acquisto e scambio) da 30,6 miliardi di euro messa in campo da Intesa Sanpaolo, che punta così a integrare Mediobanca (la storica banca d’affari una volta di Enrico Cuccia e oggi controllata da Mps), la quota del 13,3% nelle Generali e metà della rete del Monte, cedendone l'altra metà al gruppo Unipol. Il piano orchestrato dall'amministratore delegato Lovaglio, assistito da partner come Ubs, Bofa, Vitale e Kbw, è stato approvato dal consiglio con il sostegno di nove consiglieri, tutti quelli della maggioranza più Corrado Passera, e l'astensione dei restanti 4 amministratori di minoranza, che da tempo lamentano lo scarso coinvolgimento del Cda nelle decisioni strategiche. Soprattutto nei giorni del Palio, le sfide che riguardano Siena accendono l’interesse, gli animi, le tifoserie. Comprese quelle della politica, che sul Monte dei Paschi ha maturato una lunga esperienza in fatto di battaglie, arrocchi e duelli (chiedere a Enrico Letta, che a Siena nel 2021 si conquistò la conferma “sul campo” da segretario del Pd). Ma quanto sta accadendo intorno alla banca più antica del mondo non è un gioco, né può essere maneggiato come una “semplice” partita finanziaria o di potere. In ballo c’è il futuro assetto del sistema creditizio e assicurativo italiano. Dunque i diversi scenari possibili meritano di essere valutati e analizzati oltre la logica di vincitori e vinti ma guardando agli interessi più alti che ci sono in ballo, molto più alti dei campanili di Siena o degli obiettivi specifici che i singoli attori intendono perseguire.Il primo interesse è la stabilità del sistema, e in particolare la creazione di un terzo polo bancario alle spalle di Intesa Sanpaolo e UniCredit. L’offerta lanciata dalla stessa Intesa in asse con Unipol prevede la nascita del terzo polo sull’asse Siena-Modena-Bologna, visto che il gruppo assicurativo controllato dalle Coop e governato da Carlo Cimbri punta a unire Bper con parte di quella senese, sotto l’insegna Mps (così destinata non solo a sopravvivere ma anche a ricevere una bella spinta). Lo scenario alternativo approvato ieri dal cda di Mps e studiato come contromossa dall’ad Luigi Lovaglio invece guarda a Milano e alla fusione con Bpm, dove al momento il primo socio sono i francesi del Crédit Agricole, azionista pesante e per taluno pure ingombrante. Ora toccherà al mercato decidere sulla base dei prezzi alla base delle offerte e delle tecnicalità annesse, ma nel complicato scenario che vedrà in campo anche la politica e le diverse authority sarebbe opportuno che si tenesse nella giusta considerazione il fattore-stabilità, ovvero quale dei due copioni offra le maggiori garanzie in termini di sostenibilità e competitività alle banche che ne nasceranno, in modo da trovarsi preparati quando il vento si troverà a cambiare - e prima o poi capiterà - intorno a un settore che al momento fa soldi a palate. E un discorso analogo vale per il comparto assicurativo, visto che al momento Mps - grazie alla scalata di Mediobanca - è primo socio di Generali e dunque il futuro di Trieste passa per quello di Siena.L’altro interesse, collegato ma distinto, riguarda la natura stessa delle banche, cioè la loro effettiva capacità di garantire alle imprese e alle famiglie italiane il credito che si meritano. È ossigeno per crescere o anche solo per sopravvivere, ma negli anni si è rarefatto, come messo in luce dal primo Libro bianco sul credito alle microimprese presentato poche settimane fa (di cui Avvenire ha parlato il primo luglio). E allora: ben venga il risiko, ben vengano nuove fusioni ma si faccia in modo che le banche non rinuncino alla loro funzione fondamentale. È chiedere troppo? Forse. Ma uno spunto in merito arriva dall’altra grande partita bancaria in corso, quella che vede UniCredit a un passo dalla conquista della tedesca Commerzbank. In settimana si è appreso che il governo di Berlino potrebbe (con)cedere agli italiani la sua quota residua in Commerz se i piani proposti dalla banca milanese guidata da Andrea Orcel risulteranno convincenti. Un buon esempio, nel caso, di scelta politica in nome di interessi più alti dei soliti campanili.