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Alessandro Fulloni

Sei ore davanti alla procuratrice, almeno due nella stessa stanza. L’indiscrezione: gli esperti tedeschi avrebbero individuato il veicolo del veleno

Gianni Di Vita ha varcato la soglia della Questura di Campobasso verso le 11. Quasi allo stesso orario, ma da un altro ingresso, è giunta Monia, insegnante e sua amica da quando erano ragazzi. È il primo «confronto all’americana» che riserva l’inchiesta sulla morte di Antonella e Sara, rispettivamente moglie e secondogenita di Gianni, avvelenate dalla letale ricina nei giorni a cavallo dello scorso Natale. Davanti alla procuratrice di Larino Elvira Antonelli e al capo della Mobile Marco Graziano, si è trattato di un vero e proprio «faccia a faccia» terminato alle 17. Almeno per due ore, entrambi — convocati come persone informate sui fatti, dunque con l’obbligo di dire la verità — sarebbero stati nella stessa stanza. Con quella di ieri, Gianni — 56 anni, commercialista, dal 2006 al 2014 sindaco Pd di Pietracatella, passione per la musica e per Fabrizio De André — è stato ascoltato cinque volte.

Per la donna — professoressa di matematica all’istituto tecnico agrario di Riccia — le audizioni sono state in tutto tre. La prima fu il 27 maggio. Monia entrò in Questura, dribblando le insistenze delle troupe tv assiepate lì davanti, tenuta per mano dal marito (tecnico di laboratorio nella stessa scuola di lei) che si accomiatò con un bacio.