Fra le mie letture di quest’anno, durante una breve vacanza nel mondo anglosassone, c’è stata la rivista Foreign Affairs. Mi ha incuriosito il titolo di copertina del numero di luglio-agosto: “Who will win the next war?” (Chi vincerà la prossima guerra?). Subito ho pensato all’inchiesta sui droni con cui apriamo questo numero de L’Espresso.L’analisi dell’autorevole rivista americana sostiene infatti che gli Stati Uniti, tuttora detentori della maggiore forza militare al mondo, non sono per nulla preparati al nuovo modo di fare la guerra introdotto dall’utilizzo dei droni e che le nuove tecnologie stanno minacciando la superiorità militare americana. Nei recenti attacchi contro l’Iran, gli statunitensi hanno sì dominato i cieli usando armi aeree tradizionali con cui hanno condotto ben 13 mila attacchi, ma tutto ciò non ha impedito all’Iran di contrattaccare, lanciando nei primi 39 giorni di conflitto 2.200 missili e 4.400 droni contro basi americane e Paesi alleati degli USA nella regione, infliggendo gravi danni. E, soprattutto, il regime iraniano resta saldamente in carica e mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz.La prima considerazione di Paul Scharre, esperto di sicurezza nazionale, è che gli Stati Uniti non hanno raggiunto il loro obiettivo, nonostante la preponderante forza militare sull’Iran, e che la superiorità tecnologica da sempre peculiarità delle forze armate americane sembra essere svanita. La supremazia del passato, quando gli Usa erano i maggiori detentori di missili stealth e armi di precisione, oggi sembra vanificata dalle novità tecnologiche che in questi ultimi anni hanno trasformato il modo di fare la guerra: i droni e l’Intelligenza artificiale. Il conflitto contro l’Iran rappresenterebbe solo un primo assaggio di questo nuovo modo di fare una guerra, che sta mettendo in discussione lo storico vantaggio di Washington sui suoi avversari. La diffusione di una tecnologia conveniente e facilmente reperibile come quella dei droni unita all’Ia sta consentendo a Stati minori di farsi valere più di quanto avrebbero potuto in passato.È il caso dell'Ucraina, che da quattro anni resiste alle pretese della Russia, certo grazie agli aiuti europei, ma anche perché è diventata tra i primi produttori al mondo di droni. Ma è anche il caso dell’Iran emerso in questi ultimi anni come produttore di droni a basso costo, forniti a migliaia alla Russia proprio per la guerra contro l'Ucraina. Facendo tesoro dell’esperienza e della progettazione iraniana, Mosca ha poi iniziato a produrne a sua volta decine di migliaia.I droni non hanno rivoluzionato solo le dinamiche belliche, ma anche i costi. Un drone da 300 mila dollari può affondare in pochi secondi una nave da guerra costata diverse centinaia di milioni.Tutti questi cambiamenti stanno modificando profondamente il modo di fare la guerra. Inoltre quelli che oggi sono semplici droni domani potrebbero diventare sciami intelligenti: migliaia di droni che operano insieme, con grande velocità, capovolgendo le sorti di qualsiasi campo di battaglia. Ciò comporterà come conseguenza un ripensamento radicale dei comandi militari come pure una riorganizzazione di tutte le strutture belliche. Indispensabile per coordinare uno sciame di droni sarà l’uso dell’Ia.E le Forze Armate italiane come si stanno attrezzando per affrontare questi cambiamenti? L’inchiesta di Carlo Tecce con cui apriamo il nostro giornale cerca tra l’altro di dare una risposta anche a questo interrogativo.
Il primato dei cieli già ribaltato da tecnologia e Ia
I nuovi dispositivi e l’evoluzione digitale minacciano la superiorità militare americana







