di
Ruggiero Corcella
Il professor Giuseppe Curigliano, presidente della European Society for Medical Oncology: «È la prima volta che si dimostra che un vaccino personalizzato a mRna, disegnato sul tumore del singolo paziente, può ridurre il rischio di metastasi». Come funziona, quali altri tumori potrebbero beneficiarne, i possibili effetti collaterali e il problema di costi e accesso
Il primo studio di fase 3 di un vaccino personalizzato a mRNA contro il melanoma ha dato risultati positivi. Lo studio INTerpath-001 ha coinvolto 1.137 pazienti con melanoma ad alto rischio, operati radicalmente: l'aggiunta del trattamento personalizzato Intismeran all'immunoterapia con pembrolizumab ha raggiunto gli obiettivi principali dello studio, riducendo il rischio di recidiva e di metastasi a distanza rispetto alla sola immunoterapia. I risultati numerici completi non sono ancora stati resi pubblici e dovranno essere presentati alla comunità scientifica in occasione di ESMO 2026 a Madrid, dal 23 al 27 Ottobre 2026.Ma che cosa significa davvero questo risultato? E soprattutto: possiamo già parlare di un «vaccino contro il cancro»? La definizione rischia di essere fuorviante. Non si tratta infatti di una vaccinazione che impedisce a una persona sana di ammalarsi, ma di una terapia costruita su misura dopo che il tumore si è già sviluppato ed è stato rimosso chirurgicamente, con l'obiettivo di insegnare al sistema immunitario a riconoscere ed eliminare eventuali cellule tumorali residue.A spiegare la portata del risultato, il funzionamento dei vaccini oncologici a mRNA e le prospettive aperte anche per altre neoplasie è Giuseppe Curigliano, oncologo, vicedirettore scientifico dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e presidente eletto della European Society for Medical Oncology (ESMO) per il biennio 2027-2028.













