Spegnete i riflettori sui giornalisti, tutti quanti, e accendeteli sui fatti. Ricordate a cosa serve il giornalismo d’inchiesta? A illuminare zone d’ombra, non chi le racconta.

Il “cortocircuito Ranucci” lo spiega benissimo. La notizia è proprio questa: un volto prende la scena e, a finire sotto attacco, è la credibilità di un prodotto editoriale collettivo. Finché il personaggio regge, sembra una forza. Quando viene colpito, vengono feriti tutti.

Le notizie, per la mia concezione di giornalismo, devono essere in grado di camminare con le proprie gambe. Se lasciamo che si identifichino con il frontman di turno, il giornalismo diventa più debole delle persone che lo rappresentano. Certo, Ranucci è anche un bravissimo e prezioso collega. Ma in questa partita è stato un funambolo, altro che trapezista. E non bisogna negare che quell’equilibrio, a un certo punto, sia saltato.

La comunicazione – e Ranucci non è il primo né l’ultimo, siamo una categoria di egocentrici – si è concentrata sul carisma personale e, con l’inasprimento dello scontro politico, le querele temerarie sono state affrontate dal volto di Report mettendo il proprio corpo e la propria faccia a scudo del programma. La gestione è cambiata dai tempi di Milena Gabanelli. I lanci dei servizi di Ranucci, ad esempio, avevano sempre più il sapore di editoriali, nei quali rispondeva ai politici in prima persona, in un equilibrio, criticabile ma stabile, che ha retto fino ai risvolti dell’inchiesta sull’attentato.