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Doveva essere un fronte compatto, e per settimane lo è stato davvero. A fine luglio la redazione di “Report” aveva votato una solidarietà piena a Sigfrido Ranucci, travolto dall'inchiesta sull'ordigno esploso davanti alla sua abitazione. Un atto dovuto, quasi automatico, verso un conduttore-simbolo che di quella trasmissione è stato per anni volto e garanzia. Ma la compattezza di allora, a un mese di distanza, si è incrinata. E le crepe, questa volta, non arrivano da fuori.
La Procura risentirà Ranucci. Perché non ha mai parlato di Lavitola ai magistrati?
A raccontare il clima interno alla trasmissione di Rai 3 è un retroscena del “Corriere della Sera”, che descrive una redazione ormai logorata da settimane di tensione silenziosa. Non è più soltanto la vicenda giudiziaria a pesare - con l'inchiesta che dal presunto attentato si è spostata sui rapporti tra Ranucci e Valter Lavitola, l'uomo che gli inquirenti indicano come mandante - ma qualcosa di più profondo: la percezione, diffusa tra i cronisti del programma, che l'autorevolezza costruita in oltre un decennio rischi ora di franare sotto il peso di questioni che nulla hanno a che fare con le inchieste. Voci su una gestione personalistica della trasmissione, su presunte dinamiche interne legate allo staff: capitoli che, sommati al caso giudiziario, minacciano di trascinare a fondo l'intero marchio “Report”.









