Dell’umana, troppo umana amicizia tra Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola, che entrambi continuano a rivendicare in una vicenda in cui neppure si capisce chi sia vittima di chi, si potrebbe parlare con quella generalizzata presunzione di colpevolezza, che è il marchio di fabbrica di “Report” e delle sue cosiddette inchieste.
Infatti nel piatto ricco di quel sospetto che è l’anticamera della verità – come un cattivo maestro ha insegnato e legioni bipartisan di discepoli hanno imparato – ci si è subito ficcata la stampa di destra, che di Ranucci condivide il metodo e il costume, ma purtroppo non la fortuna e dunque gongola nella schadenfreude per l’inciampo dell’invidiato e vieppiù detestato modello.
Poi, visto che, come scriveva Sciascia, le uniche cose sicure in questo mondo sono le coincidenze, quella che unisce Lavitola e Ranucci nella storiaccia di bombe e di amicizia ha qualcosa di fenomenale per pertinenza e precisione, essendo stato il giornalismo del primo una variante, anzi un’anticipazione di quello del secondo e non potendosi neppure escludere che la strana amicizia del campione delle mani pulite con il faccendiere dalla coscienza sporca sia nata da un’autentica corrispondenza morale e sentimentale. Chissà se è così, ma ci piace comunque pensarlo.












