Ciò che sta subendo Sigfrido Ranucci (e Report), l’ho visto capitare molte volte ed è uno spettacolo meschino figlio di due pulsioni distinte: la vendetta ed il narcisismo.
Ho incontrato il funzionario pubblico che fa letteralmente la storia nella prevenzione della infiltrazione mafiosa nelle concessioni rurali, che per questo subisce un attentato potenzialmente letale e c’è chi comincia a insinuare il dubbio che quell’attentato, di cui il funzionario è sicuramente vittima, non lo abbia voluto la mafia ma qualche amico senza pudore che intenda farci sopra una speculazione politica.
Ho incontrato il testimone di giustizia che con le sue denunce ha mandato a processo non soltanto boss di ‘ndrangheta di quattro province, ma anche altissimi e blasonati magistrati, che per questo ha perso tutto imboccando con l’intera famiglia una vita esiliata, senza scampo e c’è chi comincia a dire che lo ha fatto soltanto perché era già fallito e troppo compromesso con la medesima mafia a cui per anni aveva fatto concessioni.
Ho incontrato il giovane giornalista di periferia che si incaponisce nello scrivere male di mafiosi locali che non interessano a nessuno, che per questa sfrontatezza viene massacrato di botte e successivamente posto sotto scorta e c’è chi sussurra che in realtà le botte fossero men che simboliche e che la scorta è soltanto uno status immeritato, conseguenza di antichi lignaggi.












