C’è un’immagine che stona, un contrasto tanto netto da incrinare l’impianto di un’indagine che, pur ricca di riscontri operativi, sembra priva del suo cuore: il movente.
La sera del 16 ottobre 2025 un ordigno ha devastato l’esterno della villetta romana di Sigfrido Ranucci, volto simbolo del giornalismo d’inchiesta italiano. Oggi, a mesi di distanza, l’ipotesi della Procura di Roma è che a ordinare quell’attentato sia stato Valter Lavitola, ex editore e imprenditore. Eppure, scorrendo gli atti, i conti non tornano.
Il paradosso dell’amicizia
Il primo, clamoroso cortocircuito riguarda il rapporto tra presunto mandante e vittima. Per quale ragione Lavitola, legato da un rapporto personale e di amicizia con Ranucci, avrebbe dovuto assoldare un commando per far saltare in aria la sua abitazione? Le reazioni dei diretti interessati sono indicative: il conduttore di Report ha parlato di “stordimento”, dichiarandosi convinto dell’innocenza del suo presunto attentatore; lo stesso Lavitola, interrogato l’8 luglio 2026, si è detto “sconvolto” dalle accuse proprio in virtù di quel legame. Ipotesi investigative così gravi — una strage aggravata dal metodo mafioso contro un amico — richiedono una ragione ferrea. Ed è qui che emerge il secondo, pesante vuoto.










