Il giornalista spiega perché non ha fermato l'amico faccendiere, pur sapendo che stava preparando il questionario su una sua possibile candidatura in alternativa a Schlein e Conte. I tre motivi per cui ha mantenuto l'amicizia e il sospetto, quasi una convinzione, che dietro alla bomba fuori da casa sua ci sia un preciso servizio di Report

«Balle. Non ho mai voluto» risponde Sigfrido Ranucci che al Corriere della Sera prova a rispondere all’ondata di dettagli, indiscrezioni e ammissioni emerse nelle ultime 24 ore da Valter Lavitola. L’amico è indagato come mandante della bomba esplosa fuori dalla casa del conduttore di Report a ottobre 2025. E nelle ultime ore si scopre che fosse anche fortemente intenzionato a promuoverne la figura come candidato ideale per il centrosinistra. Con tanto di sondaggio di 21 domande che sarebbero state validate da Ranucci e due importanti giornalisti, di cui nelle ultime ore sono emersi i nomi. Alla domanda sul perché non avesse scoraggiato l’amico Lavitola dal proporgli sondaggi d’opinione, il conduttore di Report risponde che non ce n’era bisogno, «sapeva bene che non mi sarei candidato». Ranucci ribadisce anche un’altra convinzione, quella secondo cui l’ordigno esploso davanti alla sua abitazione potesse rappresentare un messaggio indiretto per interrompere il flusso di informazioni verso la trasmissione.