Ci piacciono le notizie. Le inseguiamo, le commentiamo. Eccetto alcune: quelle sull’informazione, screditata ogni giorno da chi delle dinamiche del giornalismo capisce poco o niente. Anche noi ci mettiamo del nostro. I giornalisti sono i primi a non volersi esporre, se esporsi vuol dire portare le persone dentro alle redazioni, a capire cosa succede. In molti le timidezze scompaiono solo quando esporsi significa occupare un salotto televisivo, collezionare consensi, diventare notizia.
L’informazione su chi fa informazione è carente, omertosa e troppo spesso parziale. C’è silenzio sulle pressioni, sulle ingerenze, sulle distorsioni, sulle censure. È proprio in quel silenzio che crescono lo spirito corporativo e la rassegnazione, fino a considerare normale un pezzo tagliato, un servizio stoppato, una censura mascherata da scelta editoriale. Ed è lì che prende forma una delle più gravi patologie della democrazia: il giornalismo smette di interrogare sé stesso mentre cambia, si impoverisce e viene condizionato.
L’informazione guida ogni persona a costruire la propria idea di realtà, a formare opinioni, convinzioni, strutturare consenso e dissenso. In una parola, a dare corpo ai meccanismi di orientamento democratico che tengono in piedi la società. Per questo, quando si deteriorano le condizioni nelle quali nasce una notizia, non si deteriora solo il giornalismo. Si deteriora il modo in cui una società comprende sé stessa, interpreta i fatti e li restituisce al dibattito pubblico. Oggi quel lavoro è condizionato da una precarietà sistemica, dallo sfruttamento, dalla rincorsa ai click, dalla compressione dei tempi, dalla paura di perdere il posto e, diciamolo, anche da chi quello spazio non lo molla nemmeno con la meritata pensione.






