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17 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:00

Non abbiamo tutti le stesse idee e gli stessi pregiudizi, qui nella ridotta del Fatto quotidiano: e meno male. Né, di conseguenza, gli stessi sensi di colpa. L’altro giorno Seif, la società editrice del Fatto, ha comunicato ai lettori d’aver chiesto il contributo straordinario all’editoria (10 centesimi per ogni copia venduta) per garantire la continuità aziendale, sostenere la transizione digitale in corso e prevenire eventuali situazioni di rischio. Non c’è nulla di male: nel 2022 il governo introdusse il contributo per aiutare i giornali a fronteggiare l’emergenza dei costi industriali (aumento del prezzo della carta, della stampa e dell’energia). Come i fondi destinati ai giornali di cooperative, minoranze linguistiche, ecc.; e le agevolazioni strutturali (Iva ridotta e tariffe postali scontate, che il Fatto già utilizza); anche il credito d’imposta di 10 centesimi è una politica di sostegno all’ecosistema dell’informazione.

Il mercato, da solo, non garantirebbe la sopravvivenza di molte realtà culturali: il sostegno all’editoria, come quello alla radio, al teatro, alle arti e ai musei, è uno dei modi con cui una democrazia garantisce il pluralismo della cultura. La Francia, per aiutare il giornalismo, spende ogni anno 800 milioni in aiuti diretti, agevolazioni fiscali, sostegno alla distribuzione e alla transizione digitale; l’Italia, circa 300: soldi ben spesi, a differenza di quelli scialati in armamenti. Ma Seif, “ben consapevole dell’importanza che riveste per il Fatto Quotidiano non percepire finanziamenti pubblici”, precisa che il contributo chiesto non è stato percepito; e che l’intenzione di Seif, “qualora il trend positivo che stiamo registrando nel primo trimestre e il sostegno dei nostri lettori e dei nostri abbonati proseguano”, è di non percepirlo: “Faremo di tutto perché sia così”.