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Ultimo aggiornamento: 8:05
di Sara Gandini e Paolo Bartolini
In pochi hanno colto che il punto nevralgico della “questione pandemica” su cui ci siamo intrattenuti più e più volte, atteneva alla nuova criminalizzazione e gestione autoritaria del dissenso. Temi importanti come il dispositivo biopolitico del greenpass e l’affidabilità (elevata per alcune fasce di popolazione, molto meno per altre) dei vaccini di nuova generazione, hanno catturato il dibattito come attrattori gravitazionali. Nel mentre la posta in gioco andava oltre i singoli contenuti, rivelando la postura prevalente del neoliberalismo di guerra: alla luce degli ultimi cinque anni, e dell’attuale delirio pro-riarmo fomentato dalle élite europee, è bene chiamare così questa fase del tecno-capitalismo contemporaneo.
Come disinnescare qualunque dissenso articolato che potesse mettere in discussione il pilota automatico della governance neoliberale, è stato il fulcro di molti comportamenti assunti dai decisori politici. Profitti crescenti ai privati, controllo sui cittadini (spesso colpevolizzati o chiamati all’ordine sacrificale richiesto dall’Emergenza), squalificazione del sapere critico scientifico, colonizzazione della stampa e di tutti i canali comunicativi (propaganda massiccia e capillare): questi sono stati i principali vettori di una politica al servizio dei mercati, incline a spegnere sul nascere il conflitto sociale e le istanze di giustizia che esso porta con sé.






