Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiC’è una curiosa caratteristica di certo pseudo giornalismo d’inchiesta: il fango è informazione finché cade sulla porta degli altri. Diventa improvvisamente fango quando arriva sulla propria. Prima è “diritto di cronaca”, “domanda legittima”, “inchiesta coraggiosa”. Dopo, quando la macchina dei sospetti cambia direzione, si scoprono il dolore, la famiglia, i figli, la reputazione e perfino quella vecchia parola dimenticata: prudenza.

Eppure, dietro ogni faccia sbattuta in televisione non c’è un bersaglio di cartone. C’è una persona. E dietro quella persona ci sono genitori, mogli, mariti, figli, colleghi. Tutti pagano un prezzo quando il racconto giornalistico abbandona i fatti e comincia a vivere di suggestioni, coincidenze, lettere anonime, frequentazioni indirette e montaggi capaci di trasformare un punto interrogativo in una mezza sentenza. È questo il lato più pericoloso dello pseudo giornalismo d’inchiesta: non necessariamente afferma. Insinua. Non sempre accusa. Accosta. Non dimostra. Suggerisce. E lascia che sia lo spettatore a completare il lavoro.

Basta mettere nello stesso servizio un volto, un boss, una fotografia, un paese, un’appartenenza politica e una musica sufficientemente inquietante. Formalmente nessuno ha detto che Tizio sia colpevole. Però milioni di telespettatori hanno ricevuto il messaggio. Missione compiuta. Se poi mesi dopo emerge che quella costruzione non regge, pazienza: la rettifica viaggia in bicicletta, mentre il sospetto era partito in Formula Uno.