"Non ci sono ancora le valutazioni ufficiali, ma si può dire che sul nuovo Patto migrazione e asilo l'Europa è in grande difficoltà". Tra annunci di espulsioni dei dublinanti, sospensione di Schengen e tensioni tra i governi dell'Ue, il professore di Diritto dell'Unione europea dell'Università di Trieste Fabio Spitaleri ha un'immagine precisa del nostro continente quando si parla di immigrazione. "La gestione del fenomeno è molto complicata, ma se agli ingranaggi si toglie l'olio e si mette sabbia, il sistema nel complesso non funziona. La via d'uscita più facile è che si riavvii la collaborazione tra governi, magari con l'aiuto della Commissione europea. Inoltre vedo difficile la realizzazione degli hub in paesi terzi sia per l'amministrazione sia per i costi e soprattutto per la mancata garanzia di standard che non sfocino in trattamenti inumani o degradanti".Negli ultimi venti giorni infatti, a partire cioè dalla crisi di Ceuta, quando tra il 30 e 31 luglio sono entrati circa 80 mila migranti, c'è stata la sospensione di Schengen dell'Italia nei confronti della Spagna – prima in modo unidirezionale e poi reciproco – oltre a una riunione straordinaria dei ministri dell'Interno dell'Ue per affrontare la crisi migratoria richiesta da ventidue paesi membri, guidati da Italia e Danimarca, sullo strano asse destra-sinistra di Meloni e Frederiksen, che ha fatto riemergere le divisioni tra di loro, e infine la riapertura del caso dei "dublinanti", cioè gli immigrati che dovranno tornare nel paese di primo ingresso, perché sia esaminata la loro richiesta di protezione internazionale.Questioni diverse dal punto di vista giuridico, ma che, dice il professore, "hanno un elemento sul piano sostanziale che li accomuna: la mancanza di collaborazione" tra stati membri.I trasferimenti sono ripartiti il 12 giugno, con l'entrata in applicazione del nuovo Patto su migrazione e asilo. Da lì nasce il contenzioso: per Roma la ripresa vale solo per chi è entrato nel sistema dopo quella data, per Berlino e Vienna anche per chi c'era prima. Sul caso dei "dublinanti", in principio è stata la Germania ad annunciare il trasferimento di tre immigrati verso l'Italia. Poi è stato il turno della Svizzera, che ha parlato di centinaia di persone da riconsegnare alle autorità di Roma. Poi ci ha pensato l'Austria che è passata dalle parole ai fatti. Ultima, in ordine cronologico, la Finlandia. Oggi il ministero dell’Interno di Helsinki ha fatto sapere che "i trasferimenti sulla base del nuovo Patto Ue per l’asilo sono attualmente in fase di preparazione". Secondo l'agenzia Apa, che cita fonti dal ministero dell'Interno di Vienna, ieri l'Austria avrebbe espulso quattro richiedenti asilo nel nostro paese ricorrendo a mezzi di trasporto pubblico con le autorità austriache che hanno fornito ai migranti un biglietto di treno o di autobus. E stavolta il governo non potrà bloccare i rientri come ha fatto dal 5 dicembre 2022 al 31 gennaio 2025. Secondo la circolare del ministero dell'Interno, infatti, in questo periodo di tempo l'Italia ha respinto 80 mila richieste di presa in carico dei dublinanti, ma ricorda Spitaleri che da marzo 2026 la situazione è cambiata in virtù della sentenza della Corte di Giustizia europea sul caso Daraa "che in sostanza dice che questa prassi non è legittima perché uno stato non può unilateralmente non accettare richieste di trasferimento perché non è coerente con la disciplina dell'accordo di Dublino del 1990 e poi riaggiornato nel corso degli anni né con quella del nuovo regolamento sulla gestione dell'immigrazione e dell'asilo. Ma se da un lato c'è questo aspetto, dall'altro c'è il tema che se questi trasferimenti comunque non si perfezionano entro sei mesi, chi ha richiesto di farli poi si trova a dover trattare lui stesso la richiesta di protezione internazionale: siamo in una fase di cortocircuito". La Corte indica anche il rimedio: la Commissione o un altro stato membro possono proporre un ricorso per inadempimento: è l'elemento che rende concreto il rischio per l'Italia.Il caso poi di Ceuta, formalmente diverso, ma simile sostanzialmente, apre un'altra questione: quella della strumentalizzazione dell'immigrazione, cioè dell'uso di questo fenomeno "come arma per creare instabilità. Si pensi alla Turchia, alla Bielorussia, ma anche alla Libia", aggiunge il professore. Invece che chiudere le frontiere tra i singoli paesi dell'Ue, bisognerebbe concentrarsi su questi altri potenziali punti caldi. "Un'azione efficace richiederebbe alcune cose. Invece di ripristinare i controlli delle frontiere interne, si facessero delle misure congiunte e coordinate da Frontex: si darebbe un altro tipo di risposta rispetto a quella della diffidenza interna. È chiaro che in certi casi la collaborazione con i paesi terzi può essere un'altra gamba di questa strategia complessa, anche se una vigilanza sulle gravi violazioni dei diritti fondamentali delle persone ci deve essere perché ovviamente parliamo di paesi che hanno un tasso di democrazia sicuramente diverso dal nostro".E a proposito dei paesi terzi, tra le ipotesi ventilate al Viminale c'era anche quella di creare degli hub per il rimpatrio extra-Ue, esportando così il "modello Albania", in alcuni paesi africani come Ruanda e Uganda. L'idea in sostanza è quella di trattenere o trasferire i richiedenti di protezione internazionale in questi centri offshore affinché vengano valutate lì le loro richieste. Al momento non c'è ancora nulla di certo ma, sostiene Spitaleri, "la gestione di questi centri è molto complessa, molto costosa e piano piano con il sovraffollamento, con detenzioni che si prolungano nel tempo, si possono trasformare in centri in cui gli standard di tutela dei diritti fondamentali delle persone vengono progressivamente meno. Quindi la vedo molto complicata, sia per la realizzazione, sia per la gestione, sia per i costi e soprattutto per la mancata garanzia degli standard di diritto".