Marmo
La crisi delle democrazie liberali passa anche per una metamorfosi meno visibile dello Stato sociale. Il welfare nacque per sottrarre il cittadino al ricatto del bisogno: rischia oggi di limitarsi ad amministrarlo. Rischia di non proteggere più per restituire autonomia, ma solo o quasi di compensare per rendere sopportabile l’impotenza. È in questa traiettoria o deriva che la protezione degrada in metadone sociale: non perché il sussidio sia in sé una colpa, ma perché diventa la dose con cui la politica seda i problemi che non sa più risolvere.
Eppure il welfare europeo del Dopoguerra non fu carità di Stato. Beveridge voleva abbattere i cinque giganti del bisogno, della malattia, dell’ignoranza, del degrado abitativo e della disoccupazione. T. H. Marshall vide nei diritti sociali il terzo pilastro della cittadinanza. Sanità, scuola, pensioni e assicurazione contro la disoccupazione sono state e restano la costituzione materiale della democrazia di massa: hanno reso la libertà accessibile anche a chi non possedeva patrimonio.
Quella costruzione non è un relitto. Nei Paesi Ocse la spesa sociale pubblica vale oggi circa un quinto del Pil. Nell’Unione europea, nel 2024, il rischio di povertà riguardava il 24,7 per cento della popolazione prima delle prestazioni sociali e il 16,2 dopo il loro intervento. La rete protegge, e spesso salva. Ma un reddito può impedire la caduta senza ricostruire competenze, casa, potere contrattuale e futuro.









