L’invecchiamento della popolazione – ossia l’aumento della vita attesa e la parallela riduzione della fertilità - viene spesso raccontato come un peso per i conti pubblici, una minaccia per le pensioni, un’ipoteca sulla crescita economica, un terreno di scontro tra generazioni. Una lettura quasi apocalittica, non scorretta ma parziale, che riflette la tendenza ad affrontare i problemi strutturali in chiave emergenziale, intervenendo sugli effetti anziché sulle cause. Vivere più a lungo e avere il numero di figli desiderato è, anzitutto, un progresso. Progresso in medicina, sanità pubblica, alimentazione, abitazione, igiene, istruzione, genitorialità consapevole. Ci sono però due problemi insufficientemente considerati nel dibattito: anzitutto, la longevità non è equamente distribuita e, in secondo luogo, anche la fecondità desiderata è, oggi forse più che in passato, fortemente influenzata dalle condizioni economiche della coppia. Le cause sono diverse ma richiamano squilibri diffusi tra classi sociali, generi e generazioni. La logica dell’accumulazione Da un lato, i divari economici e sociali si traducono in differenze marcate nella speranza di vita e, soprattutto, di una vita in buona salute. Chi dispone di maggiori risorse umane e materiali, ereditate o costruite nel tempo, non solo vive più a lungo: vive più anni sani, autonomi, partecipi; chi invece ha avuto un percorso svantaggiato arriva alla vecchiaia con maggiori probabilità di malattie, precarietà, dipendenza.
Un welfare più equilibrato ed equo può salvaguardare giovani e pensionati
L’invecchiamento della popolazione richiede un’azione sugli effetti e non sulle cause, a iniziare dallo Stato sociale







