Si persegue nell’utilizzare vetuste categorie in un mondo nuovo, complicato, rischiando di scivolare nell’abisso. L’umanità sembra ferma come sul filo di un acrobata, priva però di mezzi riparatori. Si persegue il male, si utilizza un linguaggio scarno, intriso di pochi lemmi spesso indicanti emozioni o sentimenti distruttivi. La società procede con vecchi schemi o modi apparentemente risolutivi, mentre non mutano le intenzioni, la voglia di creare, costruire uno «spazio» che sia condiviso in qualità di «bene comune». Ecco, occorre «imparare a pensare il bene comune in modo nuovo», ci suggerisce Mauro Magatti, in un suo editoriale sull’«Avvenire»: «non come un ideale morale da evocare nelle cerimonie ma come la condizione concreta di ogni avvenire».
Forse prima ancora di pensare il bene comune, sarebbe opportuno rispolverarne il senso originario che nasce in virtù di un «patto» per creare una società e garantire che ciascun individuo possa essere considerato uomo, persona, espressione di dignità. L’inciampo risiede nel permettere ed esprimere al contempo la differenza di esseri umani, come se le qualità, le caratteristiche, determinassero l’esistenza di un individuo, mentre sappiamo che chiunque egli sia – in quanto persona – è già un soggetto di diritto. Perciò, in primis, occorre tutelare l’essere umano, il cittadino, e concedergli la possibilità di usufruire del bene comune, che diviene un bene relazionale, una relazione di scambio, di reciprocità. In sostanza, di costruzione di una società politica, economica, culturale. La società di per sé – insegna Aristotele – è il bene comune più importante, la civitas che dilatandosi diventa umanità, ovvero una società politica di dimensioni mondiali.






