di
Paolo Petracca*
«Il dialogo è prima di tutto una scelta personale, è il quotidiano tentativo di essere esseri umani migliori. In un epoca di delegittimazione dell’Onu, di guerre, di attacco all’Europa come continente di pace, immaginare che enti locali e società civile si alleino per costruire ponti tra i popoli dal basso forse è il modo migliore di immaginare il futuro».
Perché ci ostiniamo a parlare di pace? Perché usare un linguaggio disarmato aiuta tutti a vivere e a convivere meglio. La sola pratica di riconversione del nostro parlare e scrivere può cambiare sensibilmente le cose. Può portarci a comprendere che quella della pace è prima di tutto una scelta personale, è il quotidiano tentativo di essere esseri umani migliori, di alimentare le nostre più profonde convinzioni ovvero il desiderio di esprimere solidarietà e fraternità, di dialogare, di essere corretti e rispettosi dell’umanità dell’altro anche nel conflitto tra parti ed interessi differenti. Se poi ci si mette, anche in pochi alla volta, a parlare di pace e a pensarla insieme quell’arricchente condivisione tra diversi può far scaturire una prospettiva politica ed una visione del mondo.
Il sogno pragmatico dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale che ha portato i nostri popoli ad unirsi, a cooperare, a non avere confini interni, ad avere il welfare innalzando come mai nella storia le aspettative di vita e i livelli di istruzione delle persone, a “quadrare il cerchio” tenendo insieme democrazia, economia di mercato e Stato sociale, cos’altro non è stato se non una prospettiva di pace pensata e realizzata insieme? Anche le politiche degli enti locali e delle regioni possono essere costruttrici di pace semplicemente facendo bene il proprio compito e ispirandosi a Giorgio La Pira, primo cittadino di Firenze tra il 1951 e il 1965, quando diceva che un buon sindaco si deve occupare delle case per la gente nei quartieri popolari, dei lampioni del Ponte Vecchio e della pace nel mondo.









