«Non escludo che Ranucci avesse intuito il piano». Secondo quanto anticipato da "Il Giornale" e confermato dal legale di Valter Lavitola, l'ex editore finito in carcere con l'accusa di aver fatto piazzare una bomba sotto casa di Sigfrido Ranucci ha fatto delle rivelazioni inaspettate durante il suo interrogatorio di garanzie di ieri. Sono ovviamente esternazioni tutte da verificare, su cui al momento gli inquirenti non hanno riscontro.
Lavitola e l'interrogatorio I magistrati avrebbero chiesto a Lavitola se il conduttore di Report fosse al corrente del suo piano. L'indagato avrebbe negato, ma alla domanda più specifica del gip se Ranucci potesse aver capito o sospettato le sue intenzioni di fingere un attentato, Lavitola avrebbe risposto: «Non lo escludo». A riscontro di quando detto, secondo il suo legale, ci sarebbe uno scambio di messaggi tra il giornalista - preoccupato di minacce e attacchi sul suo lavoro - e il ristoratore di Monteverede che gli avrebbe detto: «Ci penso io». Ma dalla Procura smenitscono questo passaggio dell'interrogatorio.«Non chiesi un ordigno, ma di sparare dei colpi contro la villetta» Inoltre, sempre ieri, Lavitola ha raccontato al gip Iole Moricca e al pm Edoardo De Santis che aveva commissionato al suo tuttofare, Clesio Gomes Tavares, un'azione «con diverse modalità» per l'attentato al conduttore di Report. Non un ordigno dinamitardo confezionato con gelatina da cava, come quello poi effettivamente utilizzato il 16 ottobre scorso, «ma quattro o cinque colpi di pistola verso il muro» della villetta di Ranucci a Pomezia, a sud di Roma.Dopo il blitz realizzato dalla banda dei 4 esecutori materiali arrivati dalla provincia di Avellino, l'indagato non avrebbe comunque avuto nulla da ridire ritenendo lo scoppio di un ordigno rudimentale comunque di «valore dimostrativo». Parere negativo sui domiciliari La Procura di Roma, intanto, darà parere negativo in merito alla richiesta di domiciliari avanzata ieri al gip dal difensore di Lavitola al termine dell'interrogatorio di garanzia durante il quale ha confessato di essere il mandante dell'attentato al giornalista. La richiesta dell'avvocato Sergio Cola si basava sulla «ammissione di resposabilità» di Lavitola e la conseguente collaborazione con gli inquirenti. Inoltre per il legale mancherebbe a questo punto il rischio di inquinamento probatorio e il pericolo di fuga.










