Le primarie democratiche in Wisconsin e Minnesota decideranno molto più dei candidati per le elezioni di novembre. In gioco c’è l’identità del partito democratico: da una parte la tradizione liberal, dall’altra una visione che considera il capitalismo non più come in sistema da correggere, ma da superare. È una frattura che attraversa il partito e che Alexandria Ocasio-Cortez e Abdul El-Sayed hanno reso impossibile ignorare. Dietro questa possibile svolta c’è una struttura organizzativa: la Democratic Socialists of America (Dsa), la cui strategia consiste nell’utilizzare le primarie per selezionare una nuova leva di candidati e spostare il baricentro del partito. Nel suo programma, la Dsa propone il controllo pubblico delle grandi corporation e delle industrie essenziali, una radicale redistribuzione del potere economico e una profonda trasformazione delle istituzioni americane. L’obiettivo dichiarato è una società senza classi. È proprio qui che il riferimento al comunismo diventa inevitabile. Sebbene la Dsa non proponga il modello sovietico e non sostenga il partito unico, il superamento del capitalismo, la proprietà pubblica dei mezzi di produzione e una società senza classi sono tutte cose molto lontane e diverse da quella semplice estensione del welfare a più riprese prospettata da un vecchio esponente della sinistra americana quale Bernie Sanders, perché appartengono alla stessa tradizione intellettuale dalla quale è nato il comunismo. La differenza non è quindi nell’assenza di quella matrice, ma nel modo in cui viene reinterpretata. È questo il punto che rende le primarie di quest’anno un passaggio decisivo: non è necessario che la Dsa conquisti la maggioranza del partito. È sufficiente che, come nel caso di Zohran Mamdani, riesca a insediarsi nella generazione che domani ne determinerà la leadership.