di Sofia Lo Mascolo

Io non so parlare di Guccini, se non del modo in cui lui ha parlato a me.

Non ci sono cresciuta insieme. Non era nei cd che ascoltavo in macchina con i miei genitori, e in quell’isola troppo lontana dalle storie di partigiani ed eroi giovani e belli il suo nome non era, per così dire, di casa.

Me lo ricordo alla perfezione quando Francesco Guccini è entrato nella mia vita: era l’estate dei miei 17 anni, erano le quattro del mattino e mangiavo gelato in preda a una catastrofe adolescenziale, che oggi mi fa sorridere ma ai tempi mi immobilizzava. Fissavo il vuoto davanti a quello che pareva il dispiegarsi di una tragedia, e nel frattempo cercavo conforto nelle parole di un amico a cui chiesi un consiglio musicale per quella notte insonne, qualcosa che mi facesse sentire meno sola.

“In realtà quando sono amareggiato ascolto Guccini. Tipo L’avvelenata. Tra l’altro sono le quattro del mattino e se ascolti la canzone capisci cosa intendo”. Dopo dieci minuti mi sono addormentata.