«La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e 7 Up». Un bicchiere, birra e gazzosa, qualcosa di banale e comune come un piccolo “Autogrill” con le pareti coperte da fotografie, come il rumore dei tir che passano in lontananza, un sorso di freschezza su una strada bollente che diventa un ponte, una porta per entrare in una dimensione onirica. Il sogno, la poesia passa dalle piccole cose che si trovano in un qualsiasi baretto lungo la carreggiata. La storia è talmente insignificante da non essere neanche una storia. Un uomo davanti a una bella ragazza, impacciato, talmente imbarazzato che «per non gettarle in faccia qualche inutile cliché», picchiettava «un indù in latta di una scatola di tè». Eppure quel dettaglio così piccolo lascia vagare la mente su paesaggi esotici, e accompagna un sogno d’amore tanto breve quanto splendido. Lui non riesce a parlare, non chiederà alla ragazza di scappare, evitando che la malinconia trabocchi, in un attimo tutto torna normale. Lui paga, torna al volante e se ne va.
Così se n’è andato, oggi, Francesco Guccini, cantautore, poeta, scrittore, musicista, artista. Simbolo di un pensiero politico e filosofico che ha percorso più generazioni, unendole e legandole nella musica. Lui aveva 86 anni, ma i suoi concerti (l’ultimo nel 2012) non erano una cosa da “vecchietti”: ad ascoltarlo, a cantare le sue canzoni ci sono sempre stati ragazzi di tutte le età. Per noi, cinquantenni di oggi, il concerto di Guccini era una sorta di rito di passaggio, una tappa obbligata nella formazione di chiunque studiasse un po’ di letteratura.










