di Federico Di Bisceglie

Dio è morto. Francesco Guccini no. Perché Guccini non muore. Resta nelle storie che ha raccontato, nei personaggi che ha strappato all’oblio, nelle piazze, nelle osterie, nei treni, negli autogrill, nelle nebbie dell’Appennino e nei fiumi che hanno accompagnato le sue canzoni. Resta in quella straordinaria capacità di fare della musica un romanzo e della memoria una casa comune. Guccini lascia un lessico sentimentale che attraversa generazioni e continua a parlare al presente. A custodirne un pezzo di quell’eredità è Roberto Manuzzi, musicista ferrarese e storico sassofonista del Maestrone dal 1986 al 2012. Per quasi trent’anni ha condiviso con lui palchi, tournée, studi di registrazione e silenzi. Ha visto nascere arrangiamenti, ascoltato racconti, respirato quell’umanità che rendeva ogni canzone qualcosa di più di una canzone. Oggi, all’indomani della sua scomparsa, riavvolge il filo dei ricordi, dove la musica continua a scorrere, proprio come il fiume che accompagnò le registrazioni di Ultima Thule.

Manuzzi, qual è stato il suo ultimo ricordo di Francesco Guccini?

"Ho provato a chiamarlo tre giorni fa, semplicemente per salutarlo, ma non mi ha risposto. Dovevamo vederci a giugno per il suo compleanno. Poi aveva affrontato un’operazione di routine al Sant’Orsola e sua moglie Raffaella mi aveva rassicurato: stava bene. L’avevo sentito in forma, era andato perfino a una mostra. Non aveva una salute perfetta da tempo, ma all’inizio di luglio aveva ripreso a camminare. Per questo la notizia è stata improvvisa. Fa male. Molto".